Prendersi cura di un animale domestico, che sia un cane o un gatto, crea un legame affettivo indissolubile che apporta numerosi benefici dal punto di vista psicologico. Ma attenzione, perché senza volerlo, i nostri cuccioli potrebbero trasmetterci delle infezioni pericolose per la salute con i batteri resistenti agli antibiotici. A dirlo, è uno studio condotto dai ricercatori Università di Lisbona in Portogallo e da Sian Frosini del Royal Veterinary College, Regno Unito, guidato da Juliana Menezes (Lisbona) e Sian Frosini (Royal Veterinary College) che verrà presentato al prossimo Congresso europeo di microbiologia clinica e malattie infettive a Lisbona. I risultati verificano non solo la condivisione di batteri resistenti agli antibiotici, ma anche di geni di resistenza a questi farmaci.

La resistenza agli antibiotici è un fenomeno naturale causato dalle mutazioni genetiche a cui vanno incontro i batteri. Tuttavia un uso eccessivo e improprio degli antibiotici accelera la comparsa e la diffusione dei batteri resistenti agli antibiotici. I batteri sensibili muoiono quando entrano in contatto con gli antibiotici mentre i batteri resistenti sopravvivono e continuano a moltiplicarsi. I batteri resistenti possono trasmettersi e causare infezioni anche in altre persone che non hanno fatto uso di antibiotici. L’antibiotico resistenza è considerata una vera e propria emergenza sanitaria. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono circa 33mila le persone che ogni anno muoiono in Europa per infezioni causate dalla resistenza ai batteri e in futuro il fenomeno sarà responsabile di 2,4 milioni di morti soltanto nell’area OCSE.

Per lo studio, i ricercatori hanno reclutato coppie di animali con i loro padroni non avevano avuto infezioni batteriche o assunto antibiotici nei 3 mesi precedenti. Hanno raccolto campioni di feci da 41 famiglie in Portogallo e da 42 famiglie nel Regno Unito. I campioni sono stati raccolti a intervalli mensili per quattro mesi e il sequenziamento genetico è stato utilizzato per identificare sia le specie di batteri in ciascun campione, sia la presenza di geni di resistenza ai farmaci.

I ricercatori hanno utilizzato una tecnica di fingerprinting molecolare chiamata Rep-PCR, veloce e semplice da usare che aiuta a identificare i ceppi di batteri correlati. Poiché non è sensibile come il sequenziamento dell’intero genoma, hanno anche sequenziato i ceppi per confermare la possibile condivisione di batteri resistenti. Tra i batteri che gli animali possono trasmettere, c’è l’Escherichia coli (E. coli) sono comune nell’intestino di persone e animali. Esistono diversi tipi e, sebbene la maggior parte sia innocua, alcuni possono causare gravi intossicazioni alimentari e infezioni pericolose per la vita.

Dai risultati dello studio è emerso che nel 15% di tutti i cani e gatti e nel 13% dei loro padroni sono stati individuati batteri produttori di ESBL/AmpC, e buona parte di questi si sono rivelati resistenti alla maggior parte degli antibiotici. Sia negli animali che nei loro padroni, in alcuni dei campioni studiati erano presenti gli stessi geni di antibiotico-resistenza e gli stessi batteri Mdr. “A volte i batteri possono non essere condivisi, ma i loro geni di resistenza possono esserlo”, spiega Menezes. “Questi geni si trovano in frammenti mobili di DNA, il che significa che possono essere trasferiti tra diverse popolazioni batteriche negli animali e nell’uomo”.

Gli autori riconoscono nello studio alcune limitazioni metodologiche relative non solo al basso numero di campioni studiati ma anche dalla natura osservazionale dello studio, che non è in grado di dimostrare che il contatto ravvicinato con gli animali domestici causi la colonizzazione con batteri resistenti agli antibiotici. Nonostante questo, gli scienziati suggeriscono che questi risultati rafforzano la necessità di praticare una buona igiene nei confronti dei propri animali domestici e di ridurre l’uso di antibiotici non necessari, sia sull’uomo che sugli animali.

Paola Perrotta

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