Nei momenti di difficoltà siamo soliti interrogarci circa la “vera essenza” dell’essere umano, tornando a chiederci se siamo buoni o cattivi per natura. Nel corso dei secoli la risposta a questo interrogativo è costantemente mutata, oscillando tra fasi in cui è prevalsa l’idea della “scimmia assassina” e momenti in cui abbiamo preferito considerarci primati sociali e collaborativi. Grazie alla storia, all’antropologia e alle ultime scoperte in ambito evoluzionistico possiamo forse finalmente considerare questo interrogativo (trattato per altro da grandi filosofi quali Hobbes e Rousseau) destituito di ogni senso. Se già nel Settecento David Hume aveva intuito che la natura non è un’entità morale nella quale cercare il bene e il male, saranno le osservazioni di Charles Darwin a confermarne la strutturale ambivalenza che essa ci consegna.

Questa realtà, su cui antropologi, etologi ed evoluzionisti lavorano ormai da decenni fondandosi su nuove basi scientifiche, è oggi supportata anche da un’ampia documentazione archeologica e paleoantropologica da cui vorrei estrapolare due brevi esempi che il professor Telmo Pievani cita spesso nelle sue conferenze. Alcuni anni fa, all’interno della grotta di Makapansgat (Sud Africa) fu rinvenuto un cumulo di ossa animali (alcune delle quali annerite) miste ad altre appartenenti a nostri lontani antenati. La narrazione che ha accompagnato questa scoperta per anni fu che si trattasse di una grande “grigliata primitiva”. Tuttavia dopo qualche tempo si scoprì che le ossa umane erano tutte rosicchiate e che le macchie nere (erroneamente attribuite al fuoco) erano in realtà percolazioni di manganese. L’uomo, in sostanza, era la preda. Questa scoperta fu ovviamente molto importante perché rovesciava quel paradigma che vedeva nella cooperazione umana un’azione pro-attiva finalizzata alla caccia. Ad occhi contemporanei il fatto che l’uomo abbia invece cooperato per millenni a scopo prettamente difensivo potrebbe far pendere la nostra bilancia morale nella direzione di un ottimismo antropologico che vede nell’essere umano un cooperatore nato, un essere empatico e altruista per natura.

Un’altra recentissima scoperta potrebbe però tranquillamente rovesciare questo paradigma. In una riserva naturale ugandese accade un evento rarissimo, ovvero la nascita di un cucciolo albino di scimpanzé (nostri più prossimi parenti). La madre, inizialmente disorientata, lo accetta, tuttavia dopo pochi giorni emergono evidenti segnali di nervosismo da parte del gruppo. Alcuni maschi non dominanti diventano aggressivi e le femmine (indifferenti sino a quel momento) cominciano a partecipare a vere e proprie spedizioni punitive. Infine, dopo quattordici giorni dalla nascita, il maschio alfa minaccia direttamente la madre e, quella stessa notte, il branco le sottrae il piccolo. La mattina seguente, dilaniato e sbranato da una matriarca, il suo corpo viene ritrovato su un ramo. Per gli etologi, a causa del suo aspetto, il piccolo è stato percepito come estraneo al branco e dunque come una minaccia.

Episodi come questi ci suggeriscono che basarsi sull’ultima scoperta di turno (o su quella che piace di più) per decidere se “la natura ci ha fatti buoni o cattivi”, genera non solo continue oscillazioni, ma soprattutto un dibattito sterile. Molto più fertili sono invece le pagine che, nel testo L’origine dell’uomo del 1871, Charles Darwin dedica al rapporto paradossale che lega l’egoismo del singolo individuo (che è alla base dell’evoluzione) ai vantaggi della cooperazione di cui Darwin individua tre forme principali:

1) L’individuo che coopera (ad esempio nella caccia) per trarne un vantaggio;

2) Il singolo che compie azioni solidali, ma nei soli confronti dei propri parenti;

3) L’individuo che favorisce il gruppo a proprio discapito, a prescindere dal fatto che vi siano suoi consanguinei all’interno (il classico esempio della sentinella che dà l’allarme facendosi scoprire).

Questo ultimo caso di “altruismo estremo” ha rappresentato un vero e proprio enigma perché l’evoluzione prevede, appunto, che ogni individuo cerchi i maggiori benefici possibili per se stesso al fine di trasmettere i propri geni. La sentinella avrebbe quindi tutto l’interesse a restare nascosta (avendo visto il pericolo per prima) lasciando che il predatore si sfami con gli altri membri del gruppo. Questo profilo comportamentale, noto come Free Rider, presenta inoltre il vantaggio di poter continuare a contare sulla cooperazione del gruppo (che ignora il mancato avvertimento). Dal punto di vista evolutivo, questo atteggiamento dovrebbe vincere sempre. Tuttavia la cooperazione esiste ed è molto diffusa, quindi come spiegare questo paradosso?

Una prima risposta è rappresentata dal fatto che, in natura, questi individui (detti anche battitori liberi) sono pochi e vengono sanzionati severamente. Inoltre, Darwin afferma che l’evoluzione raramente può lavorare anche a livello di comunità e non solo a livello individuale. Nel caso dell’evoluzione umana questa eccezione diventa la norma e il vantaggio della tribù prevale, quasi sempre, su quello del singolo. Nel tempo l’uomo ha concettualizzato questo comportamento, lo ha astratto (evoluzione culturale) e lo ha trasformato in norma morale. Questa teoria presenta inoltre due interessanti corollari. Il primo è che l’attitudine cooperativo-difensiva dell’uomo si verifica solo con individui che riconosciamo come facenti parte del nostro gruppo (noi), il quale si forma per difendersi da altri gruppi (loro). Il secondo è che la natura ci consegna un retaggio comportamentale ambivalente, rendendoci abili e liberi di fare le cose migliori e le cose peggiori.

Proprio perché nel mondo accadono ogni giorno cose orribili e cose meravigliose, dovremmo sempre tenere a mente ciò che Darwin afferma nel quarto capitolo dell’Origine dell’Uomo, dove dedica una pagina memorabile alla forza dell’allargamento del cerchio morale. La cultura, nel caso dell’uomo, tende sempre di più a prevalere sulla biologia; la storia evolutiva dell’uomo ci insegna che esso è solidale solo con la propria tribù, ma attraverso la cultura possiamo allargarla, possiamo estendere il nostro piccolo noi iniziale (il villaggio, il comune, la città, la nazione, un insieme di stati, tutta l’umanità) giungendo prima o poi, come lo stesso Darwin si augurava, a un noi che comprenda anche gli animali.

L’evoluzione culturale è dunque una delle poche armi che abbiamo a disposizione contro guerre e conflitti basati su identità contrapposte. Identità sempre pronte a riaffiorare, se bene aizzate, da una brace che Darwin aveva ben presente e dalla quale ci mette in guardia, ricordando quel tribalismo che alberga in ognuno di noi, quella fiamma sempre pronta a divampare, se opportunamente alimentata.

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