Musica

Silvia Colasanti, star italiana della musica contemporanea: “Come compongo? Modifico sempre in corso d’opera. Come nella vita, no?”

L'INTERVISTA - All'Auditorium di Milano sarà eseguito il nuovo lavoro dell'autrice romana. E' "Esercizi per non dire addio", un concerto per violino e orchestra: "Un racconto sul filo della memoria", dice. Dai riferimenti del passato (da Monteverdi a Schubert e Mahler) al confronto con i testi letterari, da Shakespeare a Ovidio e Mary Shelley fino alla sua esperienza di compositrice "in residence": ecco come racconta il suo percorso da compositrice tra le più affermate a livello internazionale

di Giuseppina La Face

La solidità dell’invenzione musicale e l’apertura culturale fanno della compositrice Silvia Colasanti una figura fulgida nel panorama italiano e internazionale della composizione. Romana, 47 anni, Colasanti si è formata al Conservatorio Santa Cecilia ed è autrice di lavori commissionati da tutte le massime istituzioni concertistiche d’Italia. Collabora con i più grandi musicisti del mondo, dal Quartetto Cremona a Salvatore Accardo che di lei dice: “La musica di Silvia Colasanti prende, arriva al pubblico. Ed emoziona, noi per primi che la suoniamo”. Ha vinto l’European Composer Award nel 2013 e più di recente il Premio Franco Buitoni mentre nel 2017 è stata nominata Ufficiale al merito della Repubblica dal presidente Sergio Mattarella. Oggi insegna Composizione al Conservatorio di Benevento, mentre le sue opere sono pubblicate da Casa Ricordi. Domani, 24 marzo, si esegue in prima assoluta un suo pezzo per l’Orchestra Verdi di Milano, Esercizi per non dire addio. Ilfattoquotidiano.it l’ha intervistata.

Silvia Colasanti, quali sono i suoi riferimenti?
La nostra epoca ci consente di guardare con attenzione alle varie distanze temporali, passate e recenti. Per l’antico, direi Claudio Monteverdi, Francesco Cavalli, il barocco in genere: mi affascina la dimensione sentimentale, l’affetto, che tocca la mia sensibilità.

E più prossimi?
A partire dalla Vienna di Schubert, penso a Mahler, Berg, Henze, Rihm: per me, vere e proprie istanze estetiche. Poi György Ligeti che ci ha insegnato un’idea di ricerca al di fuori dei dogmi.

Come si sviluppa il suo processo creativo?
Muovo da una drammaturgia già organizzata dall’esterno, se riguarda il teatro, oppure interiore se affronto la musica assoluta, senza testo e senza scena. Per questa, attraverso i suoni, racconto una “storia” della mia mente.

C’è un progetto iniziale definito?
Sì, ma lo modifico in corso d’opera: come nella vita, non è vero? (ride).

Cosa spinge a modificarlo?
In primis l’ascolto interiore: nessun mio progetto è mai rimasto identico dall’inizio alla fine. E poi sono fondamentali gli interpreti e il pubblico, che fa parte integrante dell’opera.

Lei fa teatro, dunque lavora su testi letterari. Che scelte attua?
Come nella musica, in letteratura ci sono testi “atemporali”, che ci parlano anche dell’oggi: Shakespeare, Ovidio, Dürrenmatt, Mary Shelley. Ciò non mi ha impedito di lavorare con Mariangela Gualtieri, Patrizia Cavalli, Maria Grazia Calandrone. Antichi o contemporanei, i testi importanti dicono con forza cose vere, profonde.

Che rapporto ha con i teatri? Spoleto, Fenice, Maggio Fiorentino.
La committenza è un’opportunità, non un limite alla creatività. Rientrare nelle scelte delle direzioni artistiche è uno stimolo. Cerco di comprendere le richieste: un certo organico strumentale, orchestrale, le voci, e così via. È una sfida, non una barriera.

Ama il confronto.
Certo. Nel teatro si è in tanti: musicisti, librettisti, registi. Ma anche nella musica assoluta cerco il rapporto con gli altri: l’opera musicale non nasce solo da noi stessi ma anche da chi la suona. Nel teatro ciò è più evidente. Il dialogo col regista Pier’Alli al Maggio fiorentino è stato serrato, acceso, intensissimo.

Lei è anche compositrice “in residence”: come descrive queste esperienze?
Sono “in residence” presso l’Orchestra Verdi di Milano e la Toscanini di Parma. La residenza garantisce una continuità: è utile alla crescita artistica per il rapporto duraturo che si instaura con la direzione artistica, l’orchestra, e con un pubblico specifico.

Il 24 marzo sarà la prima di Esercizi per non dire addio.
E’ un concerto per violino e orchestra, con il violinista Domenico Nordio e il direttore Jader Bignamini. È un pezzo sul distacco e la perdita, nel ricordo di ciò che si è amato e che si continua ad amare in modo nuovo; un racconto sul filo della memoria, con lo sguardo rivolto al futuro, ma con la consapevolezza del legame con il passato.

Il tema della perdita e dell’amore è anche in altre sue composizioni, spesso legato alla solitudine.
Sì, in Orfeo, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio. È la storia di un fallimento, di un eroe fragile che perde la moglie due volte. Ne ho fatto un melologo con voce recitante e un’orchestra che incastona le parole dentro i suoni. Il melologo è un genere difficile, perché la musica non deve commentare le parole, ma fondersi con esse, esprimendo con suoni il pensiero.

Solitudine anche nell’opera Minotauro data a Spoleto nel 2018.
Minotauro nasce da una rilettura del racconto di Friedrich Dürrenmatt. È un mostro che conserva la propria umanità; sono Arianna e Teseo, che lo uccideranno, i veri mostri. È un percorso di crescita, è l’immagine del disinganno e della solitudine estrema.

Nel 2020 doveva esserci un Brunelleschi, che la pandemia ha impedito.
Era programmato per il sesto centenario della cupola del Duomo di Firenze: lo si farà in prima esecuzione mondiale il 23 maggio con il titolo Oltre l’azzurro. Filippo Brunelleschi, affidato ad una voce recitante, rammenta in punto di morte la costruzione della cupola attraverso la parola di chi vi lavorò, gli operai, impersonati da un coro maschile.

C’è anche il coro femminile?
Sì, rappresenta la Vergine Maria, che accompagna l’architetto al trapasso, assistito dagli angeli, un coro di bambini.

E l’orchestra?
Amplifica e commenta il racconto; ricorre anche all’uso di materiali concreti, carta, legno, ferro. Nel contempo fa affiorare reminiscenze del mottetto Nuper rosarum flores, che Guillaume Dufay compose per la consacrazione della Cattedrale nel 1436.

Per gli 80 anni di Accardo ha composto un brano per violino.
Aria per Salvatore, per violino e orchestra. Sono legata ad Accardo, maestro di semplicità e di essenzialità.

Doti apprezzabili.
Assolutamente sì, soprattutto oggi! (ride)

Info

Un violino per due | LaVerdi
Dove | Auditorium di Milano, largo Gustav Mahler
Quando | 24.03 ore 20:30 – 25.03 ore 20 – 27.03 ore 16:00
Biglietti | mar-dom dalle 10 alle 19 – Tel. 02 83389401 – email biglietteria@laverdi.org – Vivaticket
Web | LaVerdi.org
Social | fb @OrchestraVerdi – ig @laverdimilano – yt FondazioneVerdi

Programma di sala
Silvia Colasanti | Esercizi per non dire addio per violino e orchestra
Dmitrij Šostakovič | Sinfonia n. 9 in Mi bemolle maggiore op. 70
Ludwig van Beethoven | Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 61

Orchestra Sinfonica di Milano Giuseppe Verdi
Violino | Domenico Nordio
Direttore | Jader Bignamini

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