L’alternativa all’attuale forte dipendenza dal gas (russo e non) era a portata di mano. L’Italia ha avuto l’occasione di coglierla, ma tra assenza di pianificazione, leggi mal scritte e soldi mal spesi l’ha persa. Esattamente dieci anni fa la Penisola aveva conquistato un record mondiale: nel 2011, l’anno orribile della crisi del debito e dello spread oltre i 500 punti, si era piazzata al primo posto per nuova potenza fotovoltaica installata, oltre 9mila Mw. Venti volte più della Spagna, sei volte più della Francia, tre volte e mezzo la Cina. Sommando anche l’eolico, aveva aggiunto in dodici mesi 10.600 Mw di potenza da fonti verdi. Dietro c’era la manna del secondo Conto energia: una tariffa incentivante ventennale pari a circa sei volte quello che all’epoca era il prezzo di mercato dell’elettricità e valida anche per i grandi impianti a terra. Di lì l’istantanea impennata di richieste e, in breve, la necessità di correre ai ripari con limiti all’accesso e riduzione delle cifre, fino allo stop arrivato nel 2013. Da allora, complici iter autorizzativi ancora lentissimi, la media annua di installato si ferma a 800 Mw. per un totale di 57 Mw dai 50,5 del 2014. Intanto i consumatori continuano a pagare quei vecchi incentivi – tra 5,5 e 6,5 miliardi l’anno – attraverso le bollette.

È evidente che la “stampella” degli impianti a gas sarebbe servita comunque, considerato anche che la tecnologia di stoccaggio dell’energia prodotta da rinnovabili è ancora molto costosa e la soluzione del pompaggio idroelettrico non abbastanza utilizzata. Ma il consulente energetico Alex Sorokin ha calcolato che se negli ultimi otto anni lo sviluppo delle fonti rinnovabili fosse continuato alla stessa velocità del triennio 2010-2013 oggi il fabbisogno nazionale di gas sarebbe inferiore di almeno 20 miliardi di metri cubi annui, il 70% dell’attuale import dalla Russia. Come ricordato anche dal ministro Roberto Cingolani in audizione, infatti, ogni 8mila Mw di rinnovabili in più equivalgono a un risparmio di 3 miliardi di metri cubi di gas. “E la mia è una stima conservativa, perché solitamente la crescita dell’installato non è costante nel tempo ma progressiva”, spiega Sorokin, ingegnere nucleare per formazione. “In Italia invece c’è stato un balzo annuale unico al mondo e subito dopo si è fermato tutto. Colpa della mancata pianificazione e di una norma che prevedeva incentivi costanti nel tempo invece che indicizzati alla rapida riduzione dei costi legata ai progressi della tecnologia. La Germania ha adottato un meccanismo del genere e ora ha più solare di noi pur avendo molto meno sole”.

Porte aperte alla speculazione – Il peccato originale risale all’estate 2010, quando il quarto governo di Silvio Berlusconi (che ricopriva anche l’interim allo Sviluppo economico) scatenò la corsa al pannello con il decreto salva Alcoa che consentiva a chi terminasse l’installazione entro la fine di quell’anno con entrata in esercizio entro metà 2011 di accedere al secondo Conto energia invece che al terzo, meno generoso. “All’epoca i costi erano alti perché la tecnologia non era matura, ma quell’incentivo andava decisamente oltre il valore di mercato: da 360 fino a 440 euro a Megawattora per i grandi impianti, contro i 60-70 euro delle quotazioni di mercato”, ricorda Andrea Di Lieto, analista dell’Energy & Strategy group del Politecnico di Milano. “E la tariffa era fissa, a differenza di quella tedesca dove un algoritmo la aggiornava in base al numero di richieste, un buon indicatore per valutare se fosse troppo alta”. Porte aperte alla speculazione, insomma.

Impianti poco efficienti e nessuno sviluppo della filiera – Gli impianti fotovoltaici sono così più che raddoppiati, da 155mila a 330mila in dodici mesi. Con un effetto collaterale: “La corsa che si è innescata ha fatto sì che una parte non irrilevante dei pannelli installati si rivelasse poi di scarsa qualità, inefficiente, e venisse abbandonata a se stessa senza nemmeno fare manutenzione“. Si tratta in gran parte di prodotti provenienti dall’Asia, che ha una leadership naturale nelle prime fasi della filiera grazie all’abbondanza di materie prime e “terre rare” indispensabili per produrre i moduli e le batterie di accumulo. Aspetto che inevitabilmente, en passant, apre la strada a un’altra forma di dipendenza. Negli step successivi c’è più spazio per la competizione, come dimostra ancora una volta il caso della Germania che ha diversi grandi produttori di pannelli, ma l’Italia nonostante la partecipazione pubblica in StMicroelectronics è rimasta indietro. “C’è un impianto di produzione di Enel a Catania, ma con volumi di nicchia”.

Rinnovabili ora più convenienti del fossile. Ma pesa l’incertezza – Finita non senza scossoni la sbornia (nel marzo 2011 il decreto ribattezzato “ammazza rinnovabili” sancì la fine anticipata del terzo Conto energia e i successivi due introdussero tariffe decrescenti nel tempo), visti i progressi tecnologici del settore si sarebbe potuto individuare un sistema che si limitasse a “stabilizzare i ricavi“, riflette Di Lieto. Invece “si sono persi anni”. Oggi, con il fotovoltaico e l‘eolico onshore addirittura più convenienti delle fonti fossili, il problema non sono più i costi. “Gli impianti non incentivati scontano l’incertezza dei ricavi: il prezzo di vendita è il prezzo marginale che si forma ogni giorno sul mercato elettrico e dipende dal costo di produzione delle centrali a gas. In questo momento come sappiamo è altissimo, ma con l’aumento delle nuove installazioni c’è il rischio di cannibalizzazione: se tutti gli impianti solari immettono energia nelle ore centrali della giornata si può andare in surplus con il risultato che il prezzo crolla“. Servirebbe maggiore capacità di stoccaggio, ma i costi dei container-batteria sono ancora elevatissimi. Nella situazione attuale, l’incertezza frena l’investimento perché rende i progetti difficilmente finanziabili.

Perché le aste fanno flop – L’alternativa è partecipare al nuovo sistema di incentivazione, le aste Fer, “che abbattono il rischio perché assicurano una tariffa fissa, anche se non molto più alta di quella di mercato”. Perché allora finiscono costantemente con un flop, riuscendo ad allocare solo una piccola parte della potenza incentivabile? “Per il fotovoltaico c’è il divieto di partecipare con progetti su suolo agricolo, anche se non utilizzato”, risponde Di Lieto. “Quanto all’eolico, per prendere parte ai bandi bisogna avere già ottenuto l’autorizzazione. A differenza di quel che accade in Spagna, dove di conseguenza c’è molta più concorrenza e i prezzi si sono molto abbassati”. Il tasto dolente resta dunque quello delle procedure autorizzative che nonostante i vari interventi di semplificazione continuano a bloccarsi a livello di enti locali e Sovrintendenze. Tanto che ultimamente per accelerare il governo ha finito per procedere d’imperio, esercitando i poteri sostitutivi per sbloccare iter fermi da anni.

I limiti allo sviluppo – Insomma, gli obiettivi al 2030 – circa 70 Gw aggiuntivi – dovremo correre. A questo ritmo rischiano di essere irraggiungibili? Di Lieto ricorda che la sostituzione dei vecchi impianti, a partire da quelli eolici, con tecnologia più recente ed efficiente può aiutare (oltre a essere vantaggiosa per quanto riguarda l’impatto paesaggistico), ma non basta. “Al ritmo attuale di installazioni non arriveremo neanche a metà del target”. Secondo Sorokin “basta da un lato eliminare le barriere burocratiche e autorizzative, dall’altro aprire il mercato della vendita di energia da parte dei privati. Oggi un singolo con un impianto sul tetto è obbligato a cedere l’elettricità al Gestore dei servizi energetici: un sistema anacronistico e poco conveniente per il cittadino”.

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