La guerra in Ucraina pone una serie di questioni, tutte rilevanti e urgenti, sulle conseguenze che si potrebbero abbattere sulle nostre vite. Chi si occupa di geopolitica non sembra avere molti dubbi. La parola “catastrofe” è il fil rouge che accomuna tutte le analisi fatte fino ad ora. Sia sul piano economico, sia su quello umanitario. Una prospettiva ulteriore, per leggere questa guerra, dovrebbe essere quella dei diritti umani delle persone Lgbt+ dentro e fuori la zona della crisi.

Sono recenti e preoccupanti le dichiarazioni del patriarca Kirill che giustificano la guerra in atto manifestando palesi posizioni anti-Lgbt, attaccando le marce dell’orgoglio: i pride. Non è una novità: in diversi paesi dell’Est i diritti della comunità arcobaleno sono ridotti al minimo o addirittura negati.

Immaginando l’Europa come una realtà a zone concentriche, per quanto riguarda la qualità della vita delle persone Lgbt, possiamo identificare tre fasce: in primis, la zona dell’ex Urss fuori dall’Unione Europea, dove la comunità arcobaleno è di fatto fuori legge. In Russia è vietato fare “propaganda omosessuale”, con una legge ad hoc. L’Ucraina stessa non è messa meglio: la presidenza di Volodymyr Zelens’kyj, ricorda Il grande colibrì, era cominciata con alcune speranze di miglioramento, subito deluse. E in parlamento sono arrivati provvedimenti simili a quelli già approvati in Russia.

La seconda zona è quella di alcuni paesi ex filosovietici ora membri dell’Ue, che hanno leggi palesemente discriminatorie, come ad esempio l’Ungheria e la Polonia. Quest’ultima va ricordata per le “free lgbt zone”, in cui è vietata qualsiasi manifestazione a sostegno della comunità arcobaleno. Nel paese guidato da Orban, con l’arrivo della pandemia, si è registrata una vigorosa stretta sui diritti e le libertà della comunità arcobaleno. Negli anni della pandemia abbiamo avuto una stretta sulle persone transgender, per cui il cambio di nome non è più possibile; un provvedimento che vieta, ancora, la “propaganda omosessuale” e l’esposizione di libri a tematica Lgbt+ nelle librerie vicine a chiese e scuole; e il divieto di adozione per le coppie non sposate, tra cui quelle omosessuali.

Fuori dal perimetro dell’ex blocco sovietico, nell’anello più esterno, abbiamo i paesi europei di tradizione democratica più solida, in cui i diritti delle persone Lgbt+ sono garantiti, ma in modo non uniforme. Se molti paesi hanno il matrimonio e leggi contro le discriminazioni, in altri nell’arco mediterraneo (Grecia, Cipro, Italia) siamo fermi alle unioni civili. E proprio in Italia sono attivi gruppi politici ultracattolici e di destra (anche estrema) che si spendono alacremente contro ogni forma di tutela a favore della comunità arcobaleno: quanto è successo lo scorso anno con il ddl Zan è paradigmatico.

Tornando al teatro di guerra, dobbiamo ricordare quanto riportato su Instagram dalla piattaforma QUiD: “L’intelligence americana sarebbe venuta in possesso di informazioni secondo le quali le autorità russe avrebbero già pronti dei programmi di intimidazione e repressione volti a forzare la collaborazione degli oppositori nei territori occupati: ci sarebbero già liste molto precise e organizzate di nomi scomodi da riportare all’ordine tramite ‘omicidi mirati, rapimenti/sparizioni forzate, detenzione e metodi di tortura’”. Tra i bersagli sensibili di questa operazione ci sarebbero anche i gruppi Lgbt+ ucraini.

Chiude questo quadro a tinte cupissime una nota di Amnesty International: “Un’altra escalation del conflitto armato in Ucraina avrebbe conseguenze devastanti per i diritti umani nella regione. […] Un altro conflitto armato al centro dell’Europa” ha dichiarato la segretaria generale Agnès Callamard, “che coinvolgesse una potenza nucleare e vi trascinasse probabilmente altri stati minaccerebbe l’intero sistema di pesi e contrappesi geopolitici, con implicazioni imprevedibili sui diritti umani a livello globale”.

Secondo tutti questi elementi, sono almeno due i rischi potenziali per le comunità Lgbt+ presenti in Europa. Nelle zone di guerra, si potrebbe verificare un inasprimento delle discriminazioni, fino a violenze e crimini contro l’umanità, se quanto riportato dall’intelligence americana dovesse verificarsi. E non è lontano dalla realtà pensare che, semmai la situazione si “normalizzasse” in tempi brevi, un’ulteriore espansione dell’egemonia russa ad est avrebbe, come conseguenza, la stretta sui diritti della comunità Lgbt+ (e non solo).

E ancora, se il conflitto dovesse allargarsi potremmo trovarci nella condizione per cui altri paesi potrebbero utilizzare la crisi in corso per limitare ulteriormente lo spazio democratico nei confronti delle comunità arcobaleno. Soprattutto nei paesi dell’ex blocco sovietico oggi nell’Ue. Cosa che dovrebbe ricordare che i diritti, una volta ottenuti, non sono un dato acquisito ma un risultato da difendere costantemente. E che il pericolo di una guerra su larga scala non toccherebbe solo le nostre economie, ma la stessa qualità della democrazia. La quale si testa proprio sui diritti delle minoranze e delle categorie oppresse.

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