È un viaggio strano quello della paternità. Un viaggio dove puoi avere un’unica certezza, che nulla, davvero nulla sarà come lo avevi immaginato.

Quando ancora sei ben lontano dal sentirti chiamare papà ti fai in testa mille idee; conosco persone che hanno giurato e spergiurato per anni che il loro figlio avrebbe dovuto assolutamente essere interista (o milanista, o juventino, cambiate voi la squadra, a patto sia la stessa adorata dal padre del nascituro), che avrebbero insegnato al proprio pargolo o pargola a giocare a bridge prima che a leggere o fare di conto, che non avrebbero certo mai avuto problemi a fargli frequentare chiunque lui o lei avrebbe voluto, che lo avrebbero iscritto al liceo classico (o scientifico, o linguistico… ripeti lo stesso schema delle squadre di calcio visto prima e avrai la soluzione anche per la scuola). E sapete quel è stata l’unica costante di tutte queste casistiche? In nessun caso si sono realizzate o, quantomeno, non come avrebbe immaginato la persona che per anni è andato in giro a diffonderle come verità assolute.

La realtà è che quando si passa dalla teoria alla pratica, quando davvero scopri che tu e la tua compagna state per diventare genitori, entri in un mondo di cristallo, dove hai paura di fare qualcosa di sbagliato e rompere la magia. La natura ha voluto che per nove mesi noi uomini si sia spettatori impotenti o quasi del miracolo più incredibile, testimoni della vera forza delle donne. E quando quei nove mesi finiscono e ti trovi in braccio un figlio capisci che del bridge, del liceo classico, della Juventus, davvero non ti importa nulla.

Per me quel momento è stato il 17 marzo del 2006, alle ore 22:23, quando nella mia vita è finalmente arrivato Marco. E ho avuto una fortuna incredibile, quella di vivere una seconda volta quel turbine fantastico, quattro anni dopo, quando alle 21:03 di un martedì di fine marzo alle nostre vite si è aggiunto Giovanni. Marco e Giovanni sono molto diversi fra di loro, ma la cosa davvero curiosa è che sono riusciti a essere anche un incredibile miscuglio; l’uno assomiglia fisicamente a me e caratterialmente alla madre, l’altro è l’opposto.

Ma soprattutto, l’ho imparato nel tempo, le somiglianze si fermano lì; Marco è Marco, Giovanni è Giovanni. E nessuno dei due è altro. Ho dovuto capire che anche se erano nati da me e mia moglie, loro sono solo se stessi e non è vero che un figlio ti ama o si ama solo perché è tale. La sua fiducia, il suo amore, li devi conquistare e coltivare ogni giorno. È difficile, certo, ma è anche bellissimo. Ed è con vero amore che oggi guardo tutti i piccoli pensieri che mi rivolgono o mi hanno rivolto nel tempo; quei lavoretti fatti a scuola che mi sembravano sciocchi se visti in casa di altri e che oggi, a casa mia, tratto come fossero dei Rembrandt; i messaggi in cui ti confidano i loro primi amori, le loro paure, o anche l’ansia per un compito a scuola; l’entusiasmo nello sgolarmi ai bordi del tatami per Marco o a quelli del campo da calcio (io che il calcio ho sempre detestato) per Giovanni.

Essere padre non è facile, anzi. Essere padre a volte è doloroso e frustrante, ma essere padre è la figata più grande del mondo e, se posso permettermi di darvi un consiglio, non fatevi chiudere in schemi che vorrebbero i padri fuori da alcune cose e da cui spesso noi padri ci chiamiamo fuori per imbecillità; mio nonno, classe 1896, non prese mai in braccio nessuno dei suoi figli perché era “una cosa da donne”. Quante cose ti sei perso nonno, quante.

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