Mentre la guerra in Ucraina tiene il mondo con il fiato sospeso, c’è una battaglia a Piazza Affari che non lascia presagire nulla di buono per oltre 40mila lavoratori. È quella per il futuro di Tim e della sua strategica rete di telecomunicazioni, al centro di un tira e molla fra gli americani del fondo Kkr e i francesi di Vivendi. Tecnicamente non ci sono offerte sul tavolo. E i principali interlocutori stanno alla finestra: il governo italiano non si esprime e tace anche Cassa depositi e prestiti, socia sia di Tim (con il 9,9%) che della rivale Open Fiber (con il 60%). Nessuna nuova nemmeno sul fronte della trattativa per le nozze fra la rete di Tim e quella di Open Fiber. Intanto però, dopo aver dimezzato il valore rispetto alla fine del 2021, il titolo dell’ex monopolista resta volatile in Borsa (+2% circa mercoledì 16 marzo) senza che la Consob accenda un faro sui movimenti di mercato.

La situazione è decisamente critica. Tim chiede offerte vincolanti e migliorative al fondo Kkr che, ormai quattro mesi fa, fece sapere informalmente di essere disposto a sborsare 0,505 euro per azione. E cioè circa il doppio di quanto oggi vale Tim sul mercato, ma la metà rispetto agli 1,07 euro per azione che la Vivendi di Vincent Bolloré – che ha il 23,9% del capitale di Tim – sborsò per entrare nell’ex monopolista pubblico. Per non parlare del fatto che la somma è anche lontana dal prezzo al quale, post svalutazione, i francesi hanno attualmente iscritto in bilancio i titoli Tim (0,657 euro per azione): “Difficile che Parigi accetti una proposta di acquisto che comporta una perdita così consistente” spiega una fonte bancaria che si cela dietro l’anonimato.

Certo, il bilancio di Tim è stato recentemente ripulito: l’amministratore delegato Pietro Labriola ha optato per oltre quattro miliardi di svalutazioni che hanno portato la compagnia telefonica in rosso per 8,7 miliardi nel 2021. Ha intenzione inoltre di valorizzare i diversi asset di Tim: dal cloud di Noovle ai cavi di Sparkle, passando per la rete custodita in Fibercop. Ma il progetto richiede indirettamente la condivisione proprio di Kkr, che di Fibercop ha il 37,5%, acquistato a luglio 2020 per 1,8 miliardi. Secondo indiscrezioni, il fondo americano sarebbe disponibile a giocare un ruolo chiave nella società della rete senza entrare nelle attività di telefonia, meno strategiche e redditizie. Il motivo è evidente: la rete unica genererebbe notevoli sinergie di investimento e arriverebbe a valere, da sola, tra i 26 e i 28 miliardi. Non solo: secondo i consulenti finanziari, già solo la fine delle ostilità fra Tim e Open Fiber porterebbe un vantaggio da 1,5 miliardi per il venir meno dei contenziosi legali in corso fra i due gruppi.

Resta però da sciogliere sia il nodo dei debiti e del numero di dipendenti che Tim dovrebbe trasferire nella società della rete che nascerebbe dalla fusione con Open Fiber. I tempi sono ancora lunghi. Qualche indizio potrebbe arrivare il prossimo 7 aprile in occasione dell’assemblea di Tim, ma difficilmente le grandi manovre per la rete inizieranno prima dell’estate, quando entrerà nella fase operativa anche il piano di Labriola. Sempre che il governo non batta un colpo prima per indicare la strada maestra da seguire. Anche perché, oltre ai posti di lavoro, in gioco ci sono anche le risorse del Pnrr: 3,8 miliardi destinati alla realizzazione di un’infrastruttura all’avanguardia e strategicamente rilevante. In guerra come in pace.

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