L’economia della Russia sarà “devastata” dalle sanzioni, ha detto due giorni fa la segretaria del Tesoro statunitense Janet Yellen. “Abbiamo avuto tre pacchetti di sanzioni. Adesso dovremo andare avanti con un quarto pacchetto di sanzioni, che isoleranno ulteriormente la Russia dal sistema economico globale e faranno pagare un prezzo ancora più chiaro dell’invasione di Putin”, ha rincarato ieri la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Si dice che la Russia sia oggi il paese “più sanzionato al mondo”. Un’affermazione che si basa sul numero di misure implementate contro Mosca. Prima dell’invasione dell’Ucraina si contavano 2.752 provvedimenti, ora sono 5.748, ossia 2.994 in più. In gran parte sanzioni dirette contro individui (2620) il resto nei confronti di banche e aziende. L’Unione europea ha erogato nelle ultime 3 settimane 678 misure punitive, la Svizzera 568, gli Stati Uniti 243. Al secondo posto nella classifica dei paesi più sanzionati c’è l’Iran che conta 3.616 provvedimenti a suo carico.

In questi giorni si sono fatti molti paragoni tra la misure adottate nei confronti di Teheran e di Mosca. Soprattutto perché quello dell’Iran è l’unico precedente di un paese escluso dalla rete internazionale di messaggistica bancaria Swift per effetto del pacchetto di sanzioni varato nel 2010. Tuttavia l’accostamento sembra per ora piuttosto audace. L’apparato sanzionatorio predisposto contro la Russia è notevole ma mostra un vulnerabile tallone d’Achille. Per ora gli idrocarburi, petrolio e gas, sono rimasti pressoché indenni. Lo stop all’import deciso da Stati Uniti e Gran Bretagna (da fine anno) conta poco o nulla, viste le modeste quantità che i due paesi acquistano da Mosca. In compenso la scorsa settimana in Gran Bretagna sono arrivati carichi di carbone russo, usato per compensare la riduzione di altri fossili in quello che sembra davvero un cortocircuito logico. Una spedizione di 30mila tonnellate di carbone russo è arrivata a Belfast. Mosca è uno dei principali esportatori al mondo anche di carbone.

I flussi di gas verso ‘Unione europea (e Cina) scorrono come prima e, alle attuali quotazioni di gas e petrolio, ogni giorno l’Europa stacca a Mosca un assegno da 800 milioni di euro. La voce “energia” è al momento esclusa dalle sanzioni. L’esclusione da Swift è stata selettiva, mirata su alcuni istituti bancari. Per ora ha salvaguardato Sberbank, il più grande istituto di credito del paese e a controllo pubblico, e Gazprombank. Sono i due istituti che gestiscono la gran parte dei pagamenti per gas e petrolio. La banca centrale russa dispone di riserve per un valore equivalente a 680 miliardi di dollari, circa la metà sono però detenute all’estero e sotto il “controllo” di altre banche centrali e sono state bloccate dai paesi occidentali. Poco più del 30% di queste riserve è denominato in euro, il 16% in dollari, il 14% in yuan cinesi, il 7% in sterline inglesi. Il 22% è in forma di oro, materialmente custodito in Russia ma difficile da vendere.

Insieme al congelamento degli asset della banca centrale l’effetto più evidente e tangibile delle sanzioni è stato per ora il crollo del rublo che in pochi giorni ha perso circa il 50% del suo valore nei confronti del dollaro. Questo falcidia il potere di acquisto dei russi ma si tradurrà anche in un calo delle importazioni. La conseguenza più immediata, sottolinea uno studio degli economisti di Algebris, potrebbe essere quella di aumentare il surplus commerciale della Russia che, complice i rincari di petrolio e gas, potrebbe raggiungere quest’anno i 200 miliardi dollari, ossia due volte e mezzo le risorse che servono a Mosca per rispettare i suoi pagamenti sul debito pubblico. Le sanzioni contro gli individui hanno un peso ma non toccano le ricchezze detenute in giurisdizioni segrete, i cosiddetti paradisi fiscali, totalmente schermate da istituti giuridici come il trust britannico e da legislazioni che consentono il segreto. Secondo alcune stime il 52% delle ricchezze in mano a quelli che vengono definite oligarchi si trovano al sicuro su conti in Lussemburgo, isole caraibiche etc.

Il caso dell’Iran è un po’ diverso. Il paese ha una lunghissima storia di sanzioni con cui è alle prese da oltre 40 anni. Le prime furono varate dagli Stati Uniti in occasione della rivoluzione del 1979. All’epoca vennero tra l’altro congelati asset iraniani detenuti negli Usa per un controvalore di 12 miliardi di dollari. Un provvedimento che ricalca quanto fatto oggi con le proprietà detenute all’estero dalla banca centrale russa. Le misure presero di mira sia il paese sia le aziende che facevano affari con Teheran bloccandone qualsiasi interazione. Qui è possibile trovare una lista esaustiva degli innumerevoli varati negli anni contro Teheran. Tra le ondate sanzionatorie più recenti c’è quella avviata dal 2010. Nel 2012 gli Stati Uniti indussero anche gli stati europei a ridurre le importazioni di petrolio iraniano. L’export scese da 2,5 a 1,1 milioni di barili al giorno.

Nel 2015 gli istituti di credito di tutto il mondo vennero “terrorizzati” dalla multa da quasi 9 miliardi di dollari affibbiata dagli Usa alla banca francese Bnp Paribas per aver gestito operazioni con Teheran. Nel corso degli anni sono stati oggetto di sanzioni numerosi istituti europei, inclusa l’italiana Unicredit che nel 2019 ha patteggiato una multa da 1,3 miliardi di dollari per operazioni effettuate tra il 2002 e il 2011. Il 2015 portò anche una tregua e uno stop all’embargo petrolifero. Una pace che durò fino al 2018 quando l’amministrazione di Donald Trump decise di ripristinare le vecchie sanzioni e di imporne di nuove. Ora un nuovo accordo sembra a un passo ma proprio la guerra in Ucraina, visto che la Russia fa parte dei negoziati, sta compromettendo l’intesa.

È difficile tracciare un bilancio degli effetti di queste sanzioni non fosse altro che per il semplice fatto che manca la controprova di cosa sarebbe accaduto in loro assenza. La linea dura degli Usa cin Teheran non sempre è stata condivisa dai paesi europei facilitando l’aggiramento di alcuni blocchi. Certo è che le misure punitive non hanno soffocato le ambizioni dell’Iran di imporsi come potenza regionale né hanno prodotto un cambio di governo. In linea di massima, si è osservato che più le sanzioni aumentavano più Teheran si allontanava dal rispetto degli accordi sul nucleare. Il paese mediorientale ha fatto di necessità virtù, riducendo la dipendenza dal petrolio. Nel 2018 le entrate da idrocarburi rappresentavano il 35% del budget pubblico iraniano, oggi questi incassi hanno un peso minimale. Nel frattempo le esportazioni di prodotti non petroliferi che nel 2002 rappresentavano appena il 5% del totale, raggiungono oggi il 34%. A differenza di quelle contro l’Iran le sanzioni verso la Russia sono in vigore da poche settimane, il loro effetto è destinato a crescere con il tempo. L’esodo di aziende occidentali dal paese lascerà il segno. Ma le misure in una qualche misura potrebbero essere temperate da un avvicinamento ulteriore con la Cina (se Pechino acconsente) e i flussi di profitti che garantiscono gas e petrolio rendono Mosca molto resistente.

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