“Alcuni si sentono ingannati, altri mortificati”. È questo l’incipit di un articolo de El País dal titolo eloquente: La guerra mette all’angolo gli amici europei di Putin. Un reportage che mette a nudo gli imbarazzi di Marine Le Pen in Francia e l’impaccio dell’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, ora lobbista in campo energetico. Ma si evidenzia anche il silenzio di Silvio Berlusconi cui fanno da contraltare le chiassose giravolte di Matteo Salvini. È soprattutto l’ala estrema della destra europea a balbettare, impegnata in un esercizio che tende a rimuovere velocemente tutte le impronte delle relazioni intessute con il regime greve di Vladimir Putin.

È Contexto (www.ctxt.es), rivista digitale spagnola diretta da Miguel Mora, a disegnare un preciso profilo del Salvini filo-russo. Il magazine passa in rassegna le foto del 2014 che ritraevano il leghista in Piazza Rossa, un volto disteso e sorridente, il pollice in alto e una immacolata t-shirt con su stampata l’immagine di Putin con cappello militare. Segue la cronistoria sugli incontri di dirigenti leghisti con gli uomini del Cremlino all’Hotel Metropol e sui presunti finanziamenti al partito padano. Un film già visto, ma il racconto ha il merito di non fa cadere nell’oblio le dichiarazioni del 2018 di Salvini che, vicepremier e nel pieno dell’avanzata sovranista, nella sede moscovita di Confindustria fece professione di fede alla Mosca putiniana, luogo ritenuto più attraente di certi paesi dell’Unione europea.

Cicerone nel De oratore sosteneva che la memoria è tesoro e custode di tutte le cose, perciò è oggi un bene ricordare chi ha preso a bersaglio le democrazie liberali, chi ha visto nel sistema russo un punto di riferimento, esaltando il decisionismo dell’Uomo forte e la cultura identitaria. Sottacendo, però, il liberismo spinto concesso solo ad autocrati e ad apparati, la gestione delle immense risorse pubbliche lasciata nelle mani di fedeli oligarchi, con ricadute minime sulla popolazione. Non spendendo neanche una parola sulla mancanza di libera informazione, sulle limitazioni delle libertà individuali, sulla mano pesante verso qualsiasi forma di opposizione. Nutrendosi del sistema liberale che impernia l’intera impalcatura eurounitaria si assume a modello un sistema antitetico, apertamente illiberale. Costruendo una fitta rete con partiti e movimenti dell’ultradestra aventi ambizioni di governo, ora alle prese con una spericolata “inversione a U” in politica estera.

Il sovranismo espresso in Italia da Matteo Salvini e Giorgia Meloni ha trovato sfogo in Spagna nel partito muscolare Vox, non poche volte i leader nostrani hanno mostrato interesse verso la formazione di Santiago Abascal. Non sono mancati negli anni tweet di apprezzamento e di comunione d’intenti, e ancora riecheggiano le parole di affinità urlate dalla leader di FdI lo scorso autunno dal palco di Madrid. Anche Abascal è rimasto spiazzato dal frastuono dei cannoni dell’Armata Rossa, scosso dall’invasione ha pensato bene di riesumare lo spettro comunista, addirittura imputando all’Esecutivo a guida socialista rapporti di alleanza con il dittatore Putin.

È vero che il leader di Vox ha avuto una visione più atlantista dei nostri sovranisti, guardando di più al trumpismo dell’ideologo Steve Bannon, tuttavia non sono mancate vicinanze ideali col nazionalismo russo e con la cultura “machista”. Lo scorso gennaio in un vertice dell’ultradestra tenutosi a Madrid il premier polacco Mateusz Morawiecki ha dovuto faticare non poco perché, nel comunicato finale, si condannassero le manovre russe alla frontiera con l’Ucraina. In quegli stessi giorni Jorge Buxadé, eurodeputato di Vox, votava con i rappresentanti dell’Ecr (gruppo euroscettico che unisce FdI e Vox) contro un report del Parlamento Ue sulla disinformazione e le ingerenze straniere nei processi democratici europei.

Non è tutto, da più di vent’anni opera a Madrid “HazteOír”, un’associazione ultracattolica in patria connessa a Vox e in campo internazionale legata alla Russia. Più volte ha organizzato, in uno con CitizenGO, campagne globali contro l’aborto, per la famiglia, e contro leggi definite ideologiche, come quella sulla “violencia de género”, considerata espressione del chiamato femminismo nazista (“el feminazi”). Politiche sostenute a suon di dollari dalla Federazione Russa, come si legge in Tip of the iceberg, studio del Parlamento europeo che denuncia come oligarchi vicini a Putin avrebbero sborsato 188 milioni di dollari per finanziare organizzazioni di estrema destra o gruppi conservatori cristiani.

Conta la memoria, come pure la trasparenza, lo sottolinea con efficacia il titolo del capitolo del Rapporto Ue sui finanziamenti occulti: “Power remains strong when it remains in the dark; exposed to the sunlight it begins to evaporate.”

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