Per ora la linea adottata da Stati Uniti, Gran Bretagna ed Unione europea pare molto morbida ma l’idea è quella di adeguare la severità delle ritorsioni in base all’evoluzione del comportamento russo. Oggi, in seguito all’invasione, la Nato dovrebbe dare un giro di vite alle sanzione. Berlino ha già annunciato il pacchetto comprenderà le misure più dure sinora programmate. In questo scenario è verosimile mettere in conto anche un effetto boomerang che ricadrebbe su molte aziende, per lo più europee. Per quanto riguarda l’Italia le imprese potenzialmente più esposte sembrano essere Stellantis e le banche Intesa Sanpaolo e Unicredit (che infatti oggi sprofondano entrambe in borsa). La banca guidata da Andrea Orcel realizza circa il 6% dei suoi profitti in Russia. Alla fine di gennaio la banca ha rinunciato ad acquisire la quota di maggioranza della banca russa Otkritie che avrebbe ulteriormente rafforzato la sua presenza nel paese.

Intesa Sanpaolo è presente in Russia da quasi 50 anni e gestisce circa la metà delle transazioni relativi ai traffici commerciali con l’Italia. L’amministratore delegato Carlo Messina è stato insignito da Vladimir Putin con l’ “Ordine dell’amicizia”. Nel complesso le banche italiane hanno un’esposizione verso Mosca stimata dalla Banca per i regolamenti internazionale in 25 miliardi di dollari. Una cifra analoga fa capo alle banche francesi, in particolare Société Générale che opera in Russia attraverso la controllata Rosbank con 350 sportelli e 3 milioni di clienti. . Significativa anche l’esposizione austriaca, 17 miliardi di dollari, riconducibili principalmente alla Raiffeisen Bank che nel 2021 ha realizzato in Russi il 39% dei suoi profitti.

Il gruppo bancario francese sarebbe stato approcciato dai colossi finanziari statunitensi per continuare ad operare in Russia qualora Mosca dovesse essere tagliata fuori da Swift (Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication) ovvero la rete che collega la banche di tutto il mondo e attraverso cui vengono gestite la transazioni. Société Générale ha affermato che “potrebbe essere una delle poche banche mondiali in grado di effettuare transazioni con il resto del mondo” ma non ha voluto commentare la notizia dell’interessamento dei big Usa. Tra questi Goldman Sachs e Citigroup hanno importanti operazioni in Russia. Nel complesso le banche statunitensi sono esposte per 14 miliardi di dollari. L’esclusione di Swift sarebbe molto sgradita anche alla Cina che utilizza per lo più dollari nei suoi scambi con Mosca.

C’è poi il capitolo energia e materie prime. Non solo la Russia dispone delle più grandi riserve di gas al mondo ma è una grande esportatrice di materie prime come palladio (il 40% di quello consumato in Europa), titanio e vanadio (usato nella siderurgia). È inoltre un forte produttore di alluminio. L’impatto più immediato potrebbe riguardare il colosso Airbus, grande utilizzatore di alcune di questi materiali, che rivaleggia con la statunitense Boeing per la leadership globale del settore aereo. La società, partecipata anche dai governi tedesco, francese e spagnolo, ha comunque già detto che si adeguerà a qualsiasi disposizione in materia di sanzioni.

I soggetti europei e statunitensi coinvolti sono molti. British Petroleum possiede circa il 20% della compagnia petrolifera russa Rosneft. La britannica Shell ha investito nel gasdotto Nord Stream 2, ora temporaneamente congelato da Berlino, ed è socia al 27,5% del gigantesco progetto di Gazprom Sakhalin-2 per l’estrazione di gas offshore nel mare di Okhotsk, a nord del Giappone. La svizzera (quotata a Londra) Glencore possiede il 9% di Rusal (il più grande produttore al mondo di alluminio). E nel paese operano altri grandi trader di commodities tra cui l’olandese Vitol. In Russia è presente da decenni anche la statunitense Exxon che alcune partnership con due controllate di Rosneft. L’italiana Eni ha una partecipazione del 50% nel gasdotto Blue Stream che rifornisce la Turchia realizzato insieme a Gazprom.

Russia e Ucraina sono mercati con un peso significativo anche per la francese Danone e la tedesca Nivea che qui realizzano oltre il 6% dei ricavi. La danese Carlsberg vende tra Mosca e Kiev il 13% delle sue bottiglie. Nel mondo delle quattro ruote la presenza più forte è quella della francese Renault che detiene la quota di controllo di AvtoVAZ (sede centrale nella città russa Togliatti sul fiume Volga) leader di mercato del paese. Volkswagen e Stellantis hanno invece impianti a Kaluga, area a sud di Mosca divenuta centro dell’industria automobilistica russa. Il gruppo ittalo francese qui ha creato un hub di esportazione per la fornitura di auto e motori all’Unione europea, nonché all’America Latina e al Nord Africa. Dovrebbe spostarsi qui l’assemblaggio del furogone Fiat Scudo. Presentando oggi i dati 2021 del gruppo Stellantis il responsabile finanziario del Richard Palmer ha affermato che la società dispone di una flessibilità negli assetti produttivi dicendosi quindi fiducioso sulla “possibilità di gestire la crisi russa” senza contraccolpi.

Complessivamente l’interscambio commerciale russo verso il resto del mondo vale 785 miliardi di dollari. Le esportazioni valgono 492 miliardi di dollari, mentre le importazioni sono state pari nel 2021 a 293 miliardi di dollari. Lo rileva l’analisi della Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo in un report sul commercio russo. La sola Italia vende alla Russia prodotti per un valore di circa 8 miliardi di euro e ne compra per 9 miliardi.

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