Nuovo round nello scontro tra la Coca-Cola e gli indigeni colombiani. Il motivo? L’uso del termine coca, che per le comunità originarie della Colombia indica la pianta sacra dai molteplici usi, per la multinazionale la bibita che le garantisce profitti miliardari in tutto il mondo. Due mesi dopo l’intimazione da parte del colosso a Coca Nasa – piccola impresa comunitaria basata nel dipartimento del Cauca che produce bevande, alimenti e medicinali a base di coca – affinché smettesse di usare il nome Coca Pola per la sua birra, due comunità indigene sono passate al contrattacco. Dando a propria volta un ultimatum alla multinazionale, che ha dieci giorni per fornire “spiegazioni per l’uso non consensuale del marchio Coca-Cola”. Altrimenti? Scatterà il divieto di vendita della celebre bibita analcolica industriale nei territori delle comunità Nasa ed Emberá Chamí, che contano 33 milioni di ettari, ovvero quasi un terzo della Colombia.

Come riportato dall’agenzia Afp, giovedì 17 febbraio i rappresentanti delle due comunità originarie che insistono sul sud-ovest del Paese hanno inviato una lettera alla Coca-Cola Company, nella quale hanno fissato il termine di dieci giorni per avere spiegazioni in merito all’utilizzo della parola coca. Se la scadenza non verrà rispettata, le comunità indigene si attiveranno con “misure giudiziarie e commerciali” contro Coca-Cola, compreso il divieto di vendita dei suoi prodotti nei territori indigeni. Non proprio irrilevanti, come certifica l’Agenzia nazionale del Territorio della Colombia: 33 milioni di ettari, appunto, in un paese dove il 4,4% dei 50 milioni di abitanti si identifica come indigeno, stando al censimento più recente (del 2018).

La coca, per le popolazioni autoctone, è un simbolo che fa parte del patrimonio ancestrale. Oltre a masticarne le foglie, le comunità originarie utilizzano la pianta durante rituali e cerimonie tipiche della cultura indigena. Ecco perché le comunità Nasa ed Emberá Chamí ritengono che, registrando il proprio marchio senza il loro consenso, Coca Cola sia responsabile di “pratiche abusive” in violazione di “norme nazionali, andine e internazionali sui diritti umani”. La disputa, per la verità, dura da parecchio. Lo scorso dicembre uno studio legale con sede a Bogotà, capitale della Colombia, ha chiesto per conto della multinazionale Coca Cola alla Tierra de Indio, distributrice della piccola società comunitaria Coca Nasa, di astenersi dall’utilizzo di qualsiasi termine che possa confondersi con Coca Cola, pena un’azione legale per uso improprio del marchio. Dalla birra Coca Pola (“pola” in Colombia significa proprio birra) alla bevanda energetica Coca Sek, passando per il liquore Coca Ron, secondo il gigante fondato ad Atlanta i nomi dei prodotti indigeni costituiscono concorrenza sleale in modo da generare “confusione” tra i consumatori.

Accuse rispedite nettamente al mittente dai piccoli imprenditori autoctoni, che sostengono di richiamarsi correttamente alla pianta da cui fanno effettivamente derivare i propri prodotti. Una battaglia economica ma anche culturale, per Fabiola Piñacué, leader indigena della comunità Nasa e fondatrice – 25 anni fa – di Coca Nasa. La cui filosofia aziendale si fonda sulla rottura dell’equazione coca=cocaina attraverso un’economia alternativa che valorizzi le risorse naturali del proprio territorio. Dalla pianta, naturalmente, discende anche la cocaina, di cui la Colombia è ampiamente il primo paese produttore al mondo. Ma la legislazione colombiana autorizza le popolazioni indigene a coltivarla e commercializzare prodotti derivanti dalle sue foglie.

Oggi la birra Coca Pola, in ogni caso, è ancora sul mercato a un prezzo di circa due dollari a lattina. In commercio da quattro anni, Coca Nasa ne produce settemila al mese. Si vedrà se la controffensiva indigena porterà i suoi frutti. Due precedenti sembrerebbero lasciare qualche speranza ai popoli originari. Nel 2007, infatti, Coca Cola chiese il ritiro dal mercato della bevanda Coca Sek, ma perse in giudizio. Nel 2012, poi, un’organizzazione indigena vinse una causa contro un imprenditore colombiano che aveva registrato il marchio Coca Indígena senza consultare i rappresentanti dei popoli originari. Dopo la sentenza, il marchio è sparito dal mercato. Chissà se, almeno nei territori indigeni, avverrà lo stesso anche per il colosso statunitense.

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