La saggezza imporrebbe di tenersi lontano dal dibattito sui provvedimenti governativi in tempo di pandemia: difficilmente, pur in un paese storicamente condannato a un dualismo sordo in ogni campo, si è assistito a un rumore di fondo così stridente, che annienta qualsiasi possibilità di confronto. Da un lato la tendenza al delirio paranoide che nega ogni evidenza, dall’altro una spocchia ingiustificata che marchia qualsiasi voce critica come “complottista”. Secondo la narrazione governativa, le limitazioni alla libertà individuale apparirebbero giustificate, date le condizioni pandemiche globali, dallo “stato di eccezione”. Ma cos’è questo stato di eccezione?

Una lettura utile, benché dichiaratamente orientata, è quella offerta da Nottetempo con il saggio di Mariano Croce e Andrea Salvatore che, per l’appunto, si intitola Cos’è lo stato di eccezione. Il saggio ricostruisce l’origine del concetto negli scritti dei primi anni ‘20 di Carl Schmitt, per poi analizzarne il progressivo accantonamento da parte dello stesso pensatore, e ha il preciso intento di decostruirne l’uso strumentale da parte dei detentori del potere politico: ovvero il continuo invocare uno stato di emergenza per giustificare il progressivo ridursi delle libertà costituzionali.

Le conclusioni degli autori possono essere considerate eccessive ma hanno il pregio di problematizzare il tema con innegabile spessore argomentativo: “Questo nostro libro ha voluto sostenere le ragioni dell’addio a una teoria dell’eccezione che, pur dotata di qualche residua forza critica, rischia di aderire a un eccezionalismo oltremodo astratto, che si lascia sfuggire la natura plurima delle emergenze e dei modi della loro gestione”.

La lettura di questo saggio, oltre a essere utile per impostare su basi più solide il dibattito attuale, può illuminare anche alcune delle pagine più oscure della storia italiana. Personalmente, ho deciso di evitare di commentare i recenti anniversari di due dei momenti più vergognosi della repubblica, per non lasciar annegare nuove riflessioni nel flusso delle celebrazioni di rito. Mi riferisco a Genova 2001 e a Piazza Fontana. Credo sia giusto parlarne non solo in occasione delle ricorrenze obbligate, ma tenere sempre presente l’urgenza di riaprire quelle ferite, senza sedarne il dolore in una memoria ormai quasi museale. In questo senso, vorrei segnalare due testi, diversi, atipici, ma ugualmente interessanti nell’offrire nuovi sguardi su ciò che è accaduto.

Il primo è Pino. Vita accidentale di un anarchico, per Milieu Edizioni, che ricostruisce la tragedia di Giuseppe Pinelli, morto in maniera assurda, essendo completamente innocente, durante le indagini conseguenti alla bomba di Piazza Fontana. Tecnicamente il libro andrebbe definito un docu-romanzo grafico, perché il racconto (per la prima volta dal punto di vista delle figlie del ferroviere anarchico, Claudia e Silvia Pinelli) è raccontato non solo attraverso la narrazione grafica di Claudia Cipriani e Niccolò Volpati, ma anche attraverso gli scatti d’epoca di Uliano Lucas. Il titolo del libro ovviamente rovescia quello di Morte accidentale di un anarchico, l’opera che di fatto meritò il Nobel a Dario Fo, in cui si ricostruiva con drammatico sarcasmo il Teatro dell’Assurdo delle differenti, palesemente contraddittorie prime versioni ufficiali della morte di Pinelli: la famosa defenestrazione spacciata per suicidio, come ricostruito anche nel film di Marco Tullio Giordana Romanzo di una strage, titolo che rievoca una celebre espressione pasoliniana. Un libro duro quanto commovente, che merita molta attenzione.

L’altro testo è la raccolta poetica movimento & stasi (per industria e letteratura) di Massimo Palma. Dopo aver raccontato “la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale” (secondo Amnesty International) in maniera genialmente originale nel suo libro forse più celebre, Happy Diaz, Palma riflette in poesia sui giorni di Genova 2001 che hanno segnato tragicamente un punto di non ritorno nella coscienza politica delle ultime generazioni. E lo fa con tragico sarcasmo:

e si divisero i fatti in un campo da tennis./ C’era stata violenza di qua e violenza di là (…) E cinquanta giorni dopo, dato che ormai dopo le Torri gemelle nulla sarà più come prima, la pallina contesa di Genova finì a detonare in tribunale e nella testa delle persone che non volevano parlarne perché le fratture interiori non si vedono.

Tre libri da leggere, perché senza conoscere il passato non si può comprendere il presente, né costruire il futuro.

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