di Speranza Boccafogli* e Barbara Pigoli**

Gli apparati amministrativi responsabili della gestione dei contributi pubblici, nonostante le varie norme tese alla semplificazione degli adempimenti, sono ancorati a una burocrazia sabauda… proprio così, non borbonica. Il luogo comune utilizzato per definire la macchina dello Stato che non funziona o è eccessivamente pignola è solito richiamare le “Leggi borboniche”. Niente di più sbagliato, tant’è che nel 1861, a seguito dell’unificazione politico-territoriale della Penisola, l’intera struttura statale italiana fu modellata su quella piemontese; l’ordinamento giuridico napoletano fu azzerato e delle leggi borboniche non fu conservato un bel niente!

L’eccessiva pignoleria e la ridondanza nei controlli è sintomo di una burocrazia nevrotica e sclerotizzata, che non riesce a riconoscere la cultura della responsabilità, della partecipazione e della cittadinanza attiva. La “burocrazia difensiva” altro non è che il focus sulla mera esecuzione di un procedimento anziché sul risultato finale. Le politiche pubbliche sono purtroppo ancora basate su parametri di efficienza (cosa è stato fatto? quanti soggetti hanno partecipato?), anziché di efficacia (il risultato è stato perseguito? quali cambiamenti sono stati traguardati dai soggetti coinvolti?).

Per traguardare degli obiettivi di reale sviluppo, nella gestione nazionale dei finanziamenti comunitari, nei fondi nazionali per la formazione, nei fondi regionali e ovviamente nel Pnrr, è indispensabile un cambio di passo. Anche e soprattutto per evitare che le risorse pubbliche vengano spese per mantenere pesanti strutture amministrative, anziché attivare concreti processi di crescita.

La pubblica amministrazione e gli enti gestori devono imparare a concentrarsi sulla valutazione dell’impatto delle politiche per le categorie coinvolte (di norma categorie svantaggiate, beneficiarie del contributo pubblico, oppure politiche tese a modificare comportamenti poco virtuosi, che proprio il contributo dovrebbe incentivare) e per la società in generale. Un esempio per tutti è la governance dei finanziamenti per la formazione: quante persone lavorano in seguito alla frequenza di un percorso di qualifica? Quale miglioramento concreto è intervenuto presso le aziende che hanno introdotto innovazioni e nuove modalità organizzative?

La burocrazia difensiva è incardinata nel sistema che mette a disposizione i Fondi Pubblici, e non solo nella Pubblica Amministrazione. Per beneficiare dei contributi, le aziende o le organizzazioni che intendono avvalersi di contributi pubblici per sostenere la ripresa devono perdere tempo ed energie nel produrre documentazione difensiva a riprova che la spesa sia stata realizzata come previsto in origine rispetto ai parametri di efficienza posti, con variazioni minime, e documentando tutto ciò che normalmente si dovrebbe campionare. La gestione dei progetti finanziati dai fondi pubblici o collettivi richiede un significativo aggravio di lavoro burocratico, di natura amministrativa e gestionale. Le aziende ben strutturate, in grado di produrre carta su carta e documenti comprovanti la realizzazione delle attività (quindi difficilmente i soggetti in condizioni di svantaggio ai quali, guarda caso, dovrebbero essere destinati i contributi pubblici per la ripresa) sono le uniche in grado di scongiurare il “taglio del finanziamento” per inefficienza.

Purtroppo non vi è assunzione di responsabilità nemmeno quando la Legge è chiara, arrivando al paradosso di pretendere un doppio canale nella comunicazione, quello digitale, ma anche quello cartaceo per i documenti, perché “è meglio abbondare”. Con buona pace della transizione ecologica di cui tutti parlano. È burocrazia difensiva quando, anziché interfacciare le basi di dati già in possesso del sistema pubblico, si chiedono nuove presentazioni di documenti, dichiarazioni e firme.

Purtroppo le misure di snellimento delle procedure burocratiche e dei comportamenti difensivi degli ultimi anni non sono riuscite a porre un freno alla burocrazia difensiva, che invece sta crescendo. Per contrastare la burocrazia difensiva non si può ridurre la riflessione sulla responsabilità legale, ma occorre estenderla all’accezione “respons-abilità”, ovvero alla capacità di dare una risposta. Oltre alle riforme, è necessario investire sulle competenze dei dirigenti e dei decisori pubblici, ponendo attenzione non solo a quelle tecnico-specialistiche, ma alla capacità di interpretare e valorizzare il termine di “burocrazia a servizio della collettività”, che è ciò che serve al nostro Paese per affrontare l’impegnativo periodo di ripresa e resilienza.

*Direttore Generale di Sinergie. Inizialmente ho operato in strutture pubbliche, in organismi tecnici sindacali e datoriali per poi scegliere di dar vita a una realtà consulenziale privata. www.sinergie-italia.com

** Da sempre impegnata nel sistema della formazione continua e delle politiche attive per la formazione, supporto le organizzazioni nell’articolazione di obiettivi di sviluppo e nella messa in atto di progetti sostenibili. www.barbarapigoli.com

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