Ironia del destino, proprio nei giorni in cui si celebra con la consueta pompa la “canzone italiana” a Sanremo, Modugno – purtroppo un altro Modugno, non Domenico – è salito alla ribalta. Un’altra canzone – non certo Volare – ma ben altra musica, quella dell’ennesima triste storia italiana, di un’Italia che non cambia, che preferisce non vedere o addirittura dimenticare i propri limiti, i propri gravi problemi. Parlo di esuberi, di innovazione, tecnologia, investimenti, piani industriali.

Parlo dello stabilimento Bosch di Modugno, a pochissimi chilometri da Bari: un centro produttivo una volta ai vertici della capacità innovativa mondiale, dove nel 1987, mentre era proprietà Fiat, fu realizzato il primo motore diesel common rail, un gioiello di tecnologia che rivoluzionò il mercato automobilistico, determinando il trionfo della propulsione diesel su quella a benzina, e che – as usual contro ogni logica industriale – fu ceduto dal gruppo torinese nel 1997 alla società tedesca Bosch, che come è noto lavora di supporto all’industria automobilistica tedesca.

Ora i vertici della Bosch, dopo anni a singhiozzo tra crisi, apparente ripresa, annunci di investimenti, nuove difficoltà e proclami, finalmente hanno annunciato che a breve su duemila operai, circa 700 saranno collocati in “esubero” – termine villanissimo per prefigurare licenziamenti di fatto (infatti esubero: lat. extra uber, cioè oltre il livello di fertilità, presuppone il raggiungimento di un livello di efficienza che in realtà non esiste, dal momento che i licenziamenti si giustificano in genere con l’insufficiente domanda/produzione).

Tuttavia, questa ultima decisione – benché tipica del panorama imprenditoriale italiano (azienda italiana cede pezzo a multinazionale, che in breve smantella) da sola non è sufficiente a descrivere la gravità della situazione; soprattutto nel panorama dei purtroppo frequenti provvedimenti di “esubero”, potrebbe non ricordare il significato drammaticamente generale della vicenda. In campo industriale infatti non basta essere – come forse si diceva una volta – un popolo di “inventori”, non basta realizzare prodotti altamente innovativi e di avanguardia, come il telegrafo senza fili (Guglielmo Marconi), il primo computer (Olivetti), il microchip (Lorenzo Faggin) e nemmeno il motore common rail. Per queste invenzioni, perché generino i vantaggi di cui sono capaci, ci vuole un sistema industriale che favorisca l’innovazione e che sia in grado di sostenerla con investimenti continui, che non sia disposto a dismetterla o peggio a cederla ai concorrenti. Ma tant’è.

Così la vicenda dello stabilimento ex Fiat, ora Bosch, di Modugno dovrebbe suonare come un allarme rosso per molti, ben al di là della limitata portata dell’evento. Dato per scontato che la perdita di lavoro per 700 persone è una storia dolorosa, bisognerebbe capire che i licenziamenti non sono l’aspetto più tragico della vicenda. Il danno maggiore non solo ai lavoratori è infatti quello della perdita definitiva di conoscenze tecnologiche e di spirito innovativo, che pregiudica l’occupazione futura e l’intero grado di sviluppo dell’economia italiana. Il governo dovrebbe quindi cogliere questi segnali, non solo con riferimento alla vicenda pugliese.

Se infatti – come risulta – l’attuale esecutivo è impegnato nel rilancio del paese, sarebbe utile procedere con urgenza a un’indagine seria sugli investimenti in innovazione delle imprese italiane per poi agire di conseguenza, sostenendo le imprese meritevoli, castigando quelle “pigre”. Lo sviluppo economico, l’innovazione tecnologica sono una cosa troppo seria e troppo urgente per l’Italia, non una “spolveratina” e via come a volte leggiamo in certi programmi governativi, ma un cambio radicale, per eliminare ad esempio quanti dimostrano di non aver capito che nel futuro del nostro paese non c’è più spazio per i casi modello Modugno-Fiat-Bosch.

Nei giorni di Sanremo, visto che sul palco dell’Ariston difficilmente potremo ascoltare la musica di quel Modugno, vorremo poter pensare che davanti a questi altri Modugno il Paese, il governo, la classe dirigente, abbia compreso finalmente che è ora di cambiare “musica”, con un’altra musica, quella della serietà e dell’innovazione.

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