“Pronto, sono io #DiMaioOut. Non sono un bot e non faccio tweet bombing”. L’utente Tox Ale (che ha chiesto l’anonimato) ci chiama da un numero privato, ma in effetti non sembra la voce di un robot. Eppure è dal suo account @ToxMagato (1.781 follower) che alle 17 di sabato 29 gennaio è partito il primo tweet che citava quell’hashtag assurto in poche ore a caso mediatico: “Mandiamo in tendenza #DiMaioOut”. “Da elettore 5 Stelle”, spiega al fattoquotidiano.it, “ero deluso dalle trattative e dal comportamento del ministro durante l’elezione del presidente della Repubblica, che non corrispondono a ciò per cui ho dato il mio voto. Non ho incitato all’odio nè ad azioni personali contro Di Maio. Faccio una domanda, però: in un Paese libero non si può esprimere un’opinione senza venire bombardati?”. In poco più di 24 ore, infatti, l’innocuo hashtag di Tox ha invertito il proprio senso, trasformandosi da rifugio di grillini anti-Di Maio a terreno prediletto per i fan del ministro, impegnati a difenderlo dall'”inaccettabile utilizzo di bot e profili falsi” da parte del “MinCulPop interno” al Movimento, sintomo di un “clima d’odio” e di una “campagna politica sconsiderata”.

La fake news rilanciata dai giornali – Il motivo? Un tweet di Pietro Raffa, capo dell’agenzia di comunicazione MR&Associati, consulente tra gli altri di Beppe Sala e Vincenzo De Luca, ma anche renziano di ferro, come dimostra la sua attività social. Qualche esempio? Le decine di tweet entusiastici sulla Leopolda (“straordinario luogo di innovazione”) e le condivisioni degli interventi in cui il leader Iv “asfalta” avversari politici, “#DiMaioOut è tra le tendenze, ma è stato utilizzato solo da 289 profili. I primi dieci account per numero di tweet sono fake, e generalmente sostengono le posizioni di Di Battista e di Conte. Si tratta dunque di una chiara operazione di tweet bombing contro Di Maio. Interessante”, sentenzia Raffa. E aggiunge: “125 account twittano dall’America. In poche parole: non c’è niente di spontaneo“. Apriti cielo: sull”esperto” si avventano i giornali e le agenzie, ansiosi di rilanciare il complotto social ai danni del nuovo nemico di Giuseppe Conte.

A intervistarlo subito è Repubblica, senza però citare i suoi rapporti di lavoro con la politica: “Si intuisce che sono dei bot”, giura lui, “account dormienti che si attivano per momenti particolari, ad esempio per sostenere i gilet gialli in Francia o per le elezioni in Germania. Le loro bio erano scritte in francese, poi in tedesco, ora in italiano. L’intelligenza artificiale che li muove si è molto raffinata e per un occhio non esperto possono benissimo sembrare reali”. Una bufala che rimbalza su tutti i siti – in poche ore compare su Stampa, Huffpost, Giornale, Domani, Foglio – e il mattino dopo Michele Serra riprende pari pari nella sua Amaca, mentre Massimo Giannini, a Otto e mezzo, parla di una “evidente shitstorm contro Di Maio costruita dall’ala contiana”. Un meccanismo che si autoalimenta come nell’altro “caso Di Maio”: quello di Beatrice, la presunta “star della galassia social a 5 Stelle” che in realtà altri non era che la moglie di Renato Brunetta. E prende il via un’inedita gara di solidarietà nei confronti del ministro, arrivata anche da politici lontani dal M5S come Renato Brunetta, Andrea Marcucci, Deborah Bergamini e Maria Elena Boschi.

La smentita dell’agenzia specializzata – Già lunedì sera, però, la ricostruzione di Raffa inizia a mostrare le prime crepe. Il sito Key4Biz rilancia un’analisi di Water On Mars, l’agenzia specializzata in social media fondata da Alex Orlowski, tra i massimi esperti internazionali del settore, che per le proprie ricerche utilizza un software all’avanguardia (Metatron Analytics) in grado di incrociare fino a 150 parametri. “Non risulta alcun disegno di bombing, che per essere considerato tale deve affidarsi a dei Bot, ovvero ad account generati da computer. Al contrario, gli account usati sono tutti riferibili a persone in carne ed ossa“, si legge. Non solo: quasi tutti i profili sono attivi su Twitter da numerosi anni (la maggior parte si sono iscritti tra il 2012 e il 2013), mentre gli account fake usati per le campagne di tweet bombing sono quasi sempre di creazione molto recente.

I tweet dagli Usa? Non pervenuti – E i 125 che avrebbero twittato #DiMaioOut dagli Usa? “È il dato più fantasioso che abbia mai visto”, dice. “Non ho la minima idea di come Raffa possa averlo tirato fuori, probabilmente è frutto dell’utilizzo per l’analisi dei dati di un software commerciale di bassa qualità. Se fossi Conte penserei a querelarlo”. La provenienza da oltreoceano, spiega, “non risulta da nessuna parte: al contrario, gli account sono localizzati quasi tutti in Italia o comunque nell’Europa centrale, perché risultano settati con un fuso orario GMT +1, un’ora dopo quello di Greenwich”. A smentire la “pista statunitense” ci sono anche i report di DataMediaHub, il think tank su editoria e digitale fondato da Pier Luca Santoro, consulente digitale per decine di aziende e istituzioni: l’analisi di #DiMaioOut nei giorni dal 29 al 31 gennaio mostra che il 94,9% dei tweet che lo citano vengono dall’Italia, mentre quelli Usa sono appena 331. E restringendo l’intervallo al 30 gennaio alle ore 21 (cioè prima del tweet di Raffa che ha “drogato” il dibattito) i tweet provenienti dall’America erano non più di… due, raccolti nello screenshot qui sotto.

I “top influencer”? Persone in carne e ossa – Se poi si scorre l’elenco dei “top influencer” dell’hashtag – cioè gli utenti che hanno generato più traffico citandolo – non si trova nemmeno un profilo falso. Anche perché in cima alla lista c’è lo stesso Raffa: è dopo il suo tweet del 30 gennaio e le riprese dei media, infatti, che #DiMaioOut esplode passando da 3.821 a 11.179 citazioni in poco più di un giorno. Prima del suo, il post che aveva creato più engagement era quello di Arianna (@incanagliata), studentessa 24enne iscritta al Movimento 5 stelle dall’anno scorso. C’è una foto del libro di Di Maio (“Un amore chiamato politica”), dove al posto di “politica” è incollato un bigliettino con scritto “poltrona“: 65 commenti, 230 retweet e 897 like. Tutti bot? Pare di no: “Posso confermare che l’hashtag è nato spontaneamente nel tardo pomeriggio di sabato, ma ha iniziato a diventare virale solo dopo il famoso tweet di Pietro Raffa ripreso dai giornali online”, dice Arianna al fatto.it. “A quel punto ho iniziato anche io a twittare, un po’ per dimostrare che la narrazione dei bot era assurda e anzi orchestrata ad arte, e soprattutto perché è chiaro a tutti che il ministro (bastava leggere i giornali) ha sempre lavorato a un’altra agenda non rispettando la linea data. Quindi l’hashtag era un semplice modo per far capire al presidente Conte che stavolta alcuni provvedimenti vanno presi”.

La seconda “top influencer” di #DiMaioOut al 30 gennaio era Simona Urso (@sibilla75) che dopo l’offensiva di Raffa, ironicamente, ha cambiato il proprio nome in “Il bot della Urso”. “Io addirittura ho la mia faccia ben visibile con nome, cognome e blog. Siccome l’ho bloccato, Raffa pensa di poter dire cosa vuole? Perfetto, lo sblocco”, risponde quando gli chiediamo un commento sul fatto di essere stata definita un fake. Poi c’è Tox Ale, con cui abbiamo parlato a telefono: e poi Davide Scifo (@strange_days_82), 10.574 follower, su Twitter da aprile 2013, o Ewan (@DeerEwan), che di follower ne ha 2.572. “Forse avremmo dovuto intuire già qualcosa, ma sicuramente sono io che penso male. Come tutti i bot, del resto”, twitta commentando l’articolo del fatto.it che cita i complimenti di Brunetta a Di Maio.

La replica di Raffa – Subissato dalle critiche dei colleghi, il mattino dopo Raffa si è descritto come vittima diun linciaggio che mi fa stare male. Ho condotto un’analisi con l’autonomia di sempre e verificando più volte la correttezza di quanto affermato. La partita politica in atto è più grossa di me e lo sapevo, ma quello che mi fa stare peggio sono gli attacchi gratuiti, le insinuazioni, il killeraggio via social anche di persone che ritenevo amiche”, scrive sui social. E al fattoquotidiano.it, che lo raggiunge per ascoltare il suo punto di vista, si giustifica affermando che “questo tipo di ricerche sono un po’ come i sondaggi politici, ognuno può tirarle dalla parte che vuole”, negando così alla radice ogni utilità alla propria figura professionale. “Io ho usato due software premium da cui ho ottenuto quei dati, anche se probabilmente gli apparenti tweet dagli Usa erano frutto dell’utilizzo di una VPN (virtual private network, uno strumento che consente di simulare una connessione da qualsiasi luogo, ndr)“, dice. E i profili “fake”? “Per fake non intendo solo account di persone inesistenti, ma anche chi si presenta sotto pseudonimo o i cosiddetti sock puppets, cioè account multipli che appartengono alla stessa persona. Rifarei quei tweet domani mattina”.

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