Probabilmente, un’opinione pubblica così concentrata sull’elezione del Presidente della Repubblica è un inedito, almeno nella storia repubblicana recente. E tutta l’opinione pubblica, non solo gli addetti o gli appassionati: anche il grande pubblico. Tanto che se la cosa non dovesse essere chiusa per il 1° febbraio, Dio non voglia, sarà una bella sfida tra Quirinale e Sanremo. E non è detto che vinca Sanremo.

L’inedito si spiega forse in ragione di tre fattori concorrenti. Il primo è l’esposizione mediatica dell’evento, che, già solo per il moltiplicarsi dei mezzi disponibili, è la più alta che si sia finora avuta. È da giorni, ormai, che #quirinale e #Presidenzadellarepubblica sono in tendenza su Twitter, con tutte le varianti sul tema, tra cui merita #quirinaltango oltre all’ormai ben noto #romanzoquirinale.

Il secondo fattore è poi l’incredibile quota di potere che nell’ultimo decennio il Quirinale è andato accumulando. A partire dalle dimissioni di Berlusconi nell’autunno 2011, la fisarmonica dei poteri presidenziali – come si dice in un gergo ormai sdoganato – si è sempre più allargata, e peraltro con sempre minori resistenze politiche. Tanto più che, da un certo punto in avanti, neanche ai grillini è convenuto più di tanto parlare di alto tradimento, messa in stato d’accusa, e amenità simili.

Terzo ed ultimo fattore, l’assoluta ed esiziale debolezza dei partiti nella scena contemporanea. Il discorso sarebbe complesso, ma forse è sufficiente guardare all’anomala iper-maggioranza che sostiene il governo Draghi – governo presieduto, peraltro, proprio da un uomo che di partito non è.

Dei tre fattori, quelli immediatamente più interessanti sono evidentemente il secondo e il terzo. Che il tutto sia diventato un gigantesco Grande Fratello è infatti un segno dei tempi che si può solo governare, non certo impedire; diverso è invece per lo stato pietoso in cui versano i partiti e l’allargamento dei poteri presidenziali. Peraltro, è evidente a tutti – già solo se si hanno in mente gli eventi degli ultimi dieci anni – che le due cose siano strettamente connesse; questo lo si insegna al primo giorno del corso di diritto costituzionale: più deboli sono i partiti, più il Presidente si allarga.

Ecco, da questo punto di vista, l’occasione che questa elezione poteva rappresentare è già irrimediabilmente persa. Al terzo giorno di scrutini, che probabilmente sarà noioso come i primi due, i veri grandi sconfitti sono i partiti, che hanno dato pessima prova di sé. E attenzione: non pessima prova di sé quanto a responsabilità – perché a questo tutto sommato potremmo essere abituati; ma pessima prova di sé anche quanto a strategia.

Il Movimento Cinque Stelle ha i suoi problemi ormai da mesi, e vabbè. Il centrodestra, superata la boutade di Berlusconi candidato, sembra sull’orlo di una crisi di nervi: il silenzio della Meloni è indicativo; il che permette a Salvini di tornare al centro della scena, dopo mesi in cui sembrava destinato a un ruolo d’ombra nella sua coalizione. Dopo che hanno eletto il Presidente, sai che regolamento di conti intestino attende il centrodestra… E poi c’è il Pd, che finora non ha formalizzato alcuna ipotesi al di fuori di un nome di bandiera rispettabilissimo, ma, appunto, di bandiera. Quanto a Renzi, lì più che di partito dovremmo parlare di centro di interessi.

In questa confusione, per compiere la scelta razionalmente più utile, quello che i grandi elettori dovrebbero sapere è come sarà il day after tomorrow di questa crisi dei partiti. Da questo punto di vista, l’ipotesi più condivisa e quotata – se si guarda ai sondaggi e se peraltro si considera che il prossimo Parlamento sarà a ranghi ridotti – è che si andrà di nuovo verso un bipolarismo, al netto di qualche sbavatura e approssimazione, ovviamente. Ora, in un sistema tendenzialmente bipolare, e dunque caratterizzato da una tendenziale alternanza, un Presidente di compromesso non interessa a nessuno. Anzi, entrambi i giocatori in campo hanno tutto l’interesse ad eleggere al Quirinale un nome organico alla propria parte politica, in modo da averlo alleato quando saranno maggioranza e complice quando saranno opposizione.

È per questo che c’è da attenderci il peggio dalle scelte dei grandi elettori. L’unica speranza sta in quello che è stato notato più volte nel dibattito di questi giorni, ed è forse la cosa più vera che è stata detta. Che, cioè, quando i Presidenti eletti sono arrivati al Quirinale, hanno sempre iniziato una storia nuova, diversa, non sempre prevista o prevedibile. C’è una specie di grazia di Stato che accompagna il Presidente della Repubblica, spesso anche con qualche eterogenesi dei fini politici (il caso più eclatante è stato Cossiga, ma è solo quello più rumoroso). Non ci resta che sperare di nuovo in quella.

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