Una volta si guardò allo specchio e in traslucido forse le comparve Pertini. Infuriava la seconda ondata del virus, il governo contava centinaia di morti e doveva decidere di togliere alla gente – dopo i cinema, le cene fuori, le scuole – perfino il Natale. Eppure Maria Elisabetta Alberti Casellati, diventata presidente del Senato per una testacoda della Storia grazie ai voti dei 5 Stelle, scelse quel momento per assaltare il governo: insieme agli auguri di Natale impacchettò una sequela di accuse sui “troppi errori” nella lotta al virus: “È incomprensibile – scandì – che gli italiani non sappiano ancora come comportarsi per il Natale” e per esempio se “potere portare un augurio ad un genitore anziano, solo e magari anche malato”. In effetti era il problema di tanti: non tanto il dilemma su come organizzare la tavola, sistemare i segnaposti e contare i bicchieri per il vino, piuttosto quello di spostarsi da una città all’altra, magari con un treno o un aereo, da prenotare all’ultimo momento, spesso a prezzi da rivolta di piazza.

Un problema che la presidente durante i mesi della pandemia non aveva mai avuto: dal registro del Falcon 900 dell’Aeronautica a disposizione della seconda carica dello Stato emerse, col riverbero dei giornali tra cui il Fatto, che da maggio 2020 ad aprile 2021 Casellati usò il suo aereo blu 124 volte, cioè con la media di uno ogni tre giorni. Tre volte su 4 il tragitto era stato Roma-Venezia o all’inverso, cioè per andare o tornare da casa. In altre occasioni la meta era stata la Sardegna: no, non di dicembre, ma in pieno agosto. Lo staff della presidente spiegò che la presidente per motivi di salute (si disse alla schiena) non può sottoporsi a lunghi viaggi in auto. Lei stessa si sfogò durante una visita a Milano con gli incolpevoli Beppe Sala e Attilio Fontana: “Tutto per andare a lavorare: non c’erano treni, non c’erano aerei, questo nessuno lo dice”. Per far andare a lavorare Casellati in quegli 11 mesi l’ammontare dell’esborso pubblico è stato, secondo un calcolo di Angelo Bonelli, di un milione di euro.

Più spesso sullo specchio di Casellati è apparso invece Mattarella. Anche con imbarazzanti incidenti diplomatici come quando la presidente del Senato portò con sé in Libano la ministra Elisabetta Trenta quando invece di solito chi guida la Difesa accompagna solo il capo dello Stato. E anche con incidenti veri e propri, s’intende in macchina. Sulla strada per Vo’, in provincia di Padova, dov’era in programma la visita del presidente della Repubblica per l’inaugurazione dell’anno scolastico. Il convoglio di Casellati era in ritardo e c’era il problema che il protocollo dice che solo il capo dello Stato può essere l’ultimo a presentarsi sul luogo della cerimonia. Il corteo senatoriale tentò il sorpasso sulla diligenza quirinalizia e finì a sportellate, e non è una metafora, fu proprio una specie di autoscontro. La scorta di Casellati finì contro la scorta di Mattarella, cioè quella che precedeva il veicolo in cui si trovava il presidente. L’interruzione delle corse clandestine presidenziali fu definitiva quando sulla corsia opposta spuntò anche un pensionato con la Panda che attraversava la campagna padovana. Risultato finale: brutto quarto d’ora di confronto tra le due scorte e il pensionato in un fossato fuori strada.

Quella di questi quattro anni di Maria Elisabetta Alberti Casellati è stata sempre una corsa a perdifiato per far dimenticare ciò che ha fatto, ha detto, è stata prima dell’elezione al vertice del Senato, un lavoro matto e disperatissimo per apparire congrua al ruolo, questo di ora e – vedi mai – quello un gradino superiore. C’è qualcuno che ha sempre creduto al triplo salto con avvitamento che avrebbe portato Casellati alla presidenza della Repubblica, molto prima che se ne cominciasse a parlare in questi giorni. E quel qualcuno è lei.

Ora per forza di cose è molto difficile, tre anni e mezzo dopo la sua elezione a presidente del Senato, non ricorrere all’autoimprestito di ciò che ilfattoquotidiano.it già raccontò della storia personale della prima donna presidente del Senato, eletta – con un gioco di parole sbalorditivo, di cui il M5s dopo tutto questo tempo non si è mai pentito – a capo di una delle Camere del Parlamento che doveva essere quello della “legislatura del cambiamento”, iniziata con il governo spaccatutto – morto dopo 13 mesi – e (quasi) finita a discutere se il presidente della Repubblica lo deve fare Pierferdinando Casini, stipendiato dal Parlamento dal 1983, o appunto Casellati, la “berlusconiana più berlusconiana di tutte”, da definizione di Guido Quaranta.

Avvocata, specializzata in diritto canonico, matrimonialista, docente universitaria, fondatrice di Forza Italia, padovana, vicina a Niccolò Ghedini, più volte sottosegretaria. Altera, rigida e quindi fedele, fino alle estreme conseguenze: compresa quella di diventare la carta di Silvio Berlusconi – al quale ha votato tutta la sua vita politica – per cassare un po’ della vecchia biografia. Non più il capo di governo che si rinchiude nella cantinetta con le vallette, ma il leader di partito che ha portato una donna alla carica più elevata, la seconda dello Stato. Le toghe rosse, il colpo di Stato, la persecuzione giudiziaria, la democrazia in pericolo, la giustizia a orologeria, la “dittatura mediatica”: Maria Elisabetta Alberti Casellati ha sempre rispettato tutto il pentagramma di Forza Italia, è stata, anzi, tra i corifei che negli ultimi dieci anni, vent’anni, hanno difeso con tutto l’armamentario il capo assoluto davanti a qualsiasi intemperia.

Con le parole: nel 2011 Dagospia raccontava che in tre anni la Casellati, allora sottosegretaria alla Giustizia, aveva cambiato 26 addetti stampa, alcuni scartati e altri fuggiti perché non riuscivano a stare dietro “all’ansia da prestazione mediatica”. Una pratica – il tiro a volo con i collaboratori – che in questi dieci anni, dopo il tramonto al rallenti di Berlusconi e la sua ascesa allo scranno più alto di Palazzo Madama, Casellati non ha mai abbandonato, come ha raccontato di nuovo pochi mesi fa Salvatore Merlo sul Foglio. Ma ha protetto il suo capo anche con le sue opere: fu sostenitrice e qualcuno dice collaboratrice fattiva del ddl sul processo breve – governo Berlusconi IV, ministro Alfano – che avrebbe cancellato una montagna di processi e tra questi, per coincidenza, quelli su Mills e Mediaset. Un po’ dopo, all’inizio dell’altra legislatura del cambiamento, cinque anni fa, fu tra i 150 parlamentari del Popolo delle Libertà che marciarono sul tribunale di Milano contro la celebrazione del processo Ruby. “Quando Berlusconi ha incontrato Mubarak prima di questo episodio – andò a dire in tv – pare che sia venuto fuori da alcune testimonianze che proprio nell’incontro Mubarak aveva parlato di questa sua nipote, ed era un incontro ufficiale”.

Insieme ad altre colleghe senatrici si vestì completamente di nero nella seduta del Senato del 27 novembre 2013: era in calendario il voto per la decadenza di Berlusconi da senatore, cioè il giorno del “lutto per la democrazia” spiegarono. Per lei Berlusconi, anche dopo la sentenza in Cassazione, era innocente “e gli italiani lo sanno”. Gli altri, quelli che votavano a favore della decadenza, erano un “plotone di esecuzione“. Berlusconi non sbaglia mai: Cruciani la intervistò durante una vecchia edizione della Zanzara e lei rispose di non aver mai sentito l’ex premier raccontare una sola barzelletta oscena, cioè la terza o quarta cosa per cui Berlusconi è famoso. “Ma come, non sa quella della mela?”, che Berlusconi aveva raccontato durante una riunione a Palazzo Grazioli e la cui trasposizione in video era finita su cento siti. Lei spinse il solito tasto play: “Ciò che si fa in privato…” eccetera.

Una donna che pensa alle donne, provò a convincere nel suo discorso di insediamento. La sua storia dice che è favorevole alla riapertura delle case chiuse, che firmò una proposta di leggere per abolire la legge 194 sull’aborto, che disse che il via libera alla pillola abortiva Ru486 “strizza l’occhio alla cultura della morte”. Una volta Berlusconi disse che cancellare gli stupri dall’elenco dei reati era una missione impossibile ”anche in uno Stato poliziesco” e che l’unica sarebbe stata mettere un soldato accanto “a ogni bella ragazza”. Molte si indignarono, lei no: piuttosto “l’emergenza sicurezza in Italia è figlia del lassismo del centrosinistra”. Di sicuro pensò alle donne di famiglia, però: quando lavorò al ministero della Salute, scelse proprio la figlia Ludovica come capo della sua segreteria, una storia che è stata raccontata più volte e che le Casellati hanno cercato di scrollarsi di dosso in questi (parecchi) anni.

Nell’altra vita piantò anche un casino perché aveva da ridire “sugli altissimi meriti sociali” per i quali il presidente Giorgio Napolitano nominò senatori a vita la scienziata Elena Cattaneo, l’architetto Renzo Piano, il premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia e il direttore d’orchestra Claudio Abbado, acclamato in tutti i teatri del mondo. Per una madre di direttore d’orchestra (Alvise Casellati) non capire i meriti di Abbado potrebbe portare qualche problema magari non al Quirinale, ma di sicuro in famiglia.

Nella seconda vita, quella più austera del vertice delle istituzioni, il ruolo e le ambizioni malcelate le hanno imposto una posizione subito sotto al pelo dell’acqua e un po’ di smussatura delle sue uscite pubbliche: tutte le Prime alla Scala, molti concerti nell’emiciclo di Palazzo Madama (struggente il suo trasporto per Amedeo Minghi all’acme di Trottolino-amoroso, dudu-dadadà), corone d’alloro, tricolori, galà, ricevimenti in ambasciate, istituti italiani di cultura, associazioni di solidarietà. Nei suoi tour (compiuti anche via terra) ha ricevuto una invidiabile collezione di premi. Ci si limita qui per comodità alla lista verbalizzata da Wikipedia: premio Calabria nel mondo, premio Excellent 2019, Aquila di San Venceslao, Testimone del volontariato Italia, Aquila d’Oro 2019.

Casellati non disdegna anche altri riconoscimenti, più di sostanza. Il vitalizio, per dire. Come raccontò sul Fatto Ilaria Proietti, quando nel 2014 fu eletta al Csm l’amministrazione del Senato sospese l’assegno mensile perché pareva cosa giusta che una ex senatrice che sta al Consiglio superiore della magistratura non aggiunga anche la pensione da parlamentare. A lei questa cosa non è piaciuta e ha fatto partire la mitraglietta delle carte bollate per recuperare i tre anni di arretrati. Alla fine gli organi di giustizia interna del Senato, quando lei già era diventata presidente di quella Camera, le ha dato ragione. La cifra è sempre rimasta un mistero, ma si calcola che corrisponda a circa 200mila euro.

Gli avvocati non bastano, invece, quando c’è da presiedere l’Aula, che non è un lavoro per tutti perché necessita di nervi saldi, prontezza e qualche dose di ironia. Invece da lassù per Casellati sembra tutto un po’ più difficile. Gettò tutto il suo aplomb nel cestino – eufemismo – perché i commessi del Senato non riuscivano a fermare un leghista che faceva video con il cellulare. “Siete qui come pupazzi, per Dio!” strillò a microfono aperto, invocando l’Onnipotente da buona cattolica ma anche da buona veneta. Un’altra volta invece il Pd chiese di discutere della vicenda dei presunti fondi russi alla Lega sulla quale indagava la magistratura (e tuttora lo sta facendo), ma la presidente dichiarò inammissibili le tre interrogazioni, tanto da non pubblicarle nemmeno. “Il Senato non può essere il luogo del dibattito che riguarda pettegolezzi giornalistici” tirò via Casellati. Tutti gli sforzi per cambiare per effetto del ruolo che ricopre si sono infranti spesso in certe “irritualità“, come quando ha votato – cosa che da prassi un presidente non fa – sul caso Gregoretti, ovviamente insieme al resto del centrodestra. Quando vede Salvini lo scivolone è sempre dietro l’angolo. “Prego presidente” lo apostrofò in Aula nonostante Salvini non sia presidente di niente, tra i pochi in Italia.

Il leader della Lega se la prese di più quando lo invitò a concludere il suo intervento sulla (non) fiducia al governo Conte 2: “Senatore Casini concluda per cortesia”. Tutti i senatori della Lega reagirono come se fossero stati presi a male parole. Lei rise molto, lui un po’ ma volle precisare: “No, Casini no! Casini no!”. L’interessato non rispose. Poco prima aveva detto: “Mi rivolgo ai colleghi dei 5 Stelle: chi l’avrebbe detto che avremmo condiviso assieme questa esperienza? La prima volta che ci siamo visti ci guardavamo in cagnesco e adesso votiamo insieme“.

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