“Lavori in corso”. Un segnale, a meno di tre giorni dal voto per il Colle, è arrivato da Matteo Salvini. Il leader del Carroccio, nel pieno del caos di incontri e trattative, ha scritto un messaggio a tutti gli altri leader (e non solo quelli di centrodestra) per avvisare che nella sua coalizione qualcosa si muove. Il pregiudicato Silvio Berlusconi dopo giorni di silenzio si è deciso a convocare il vertice con Fi, Lega e Fratelli d’Italia: sabato 22 gennaio vedrà a Roma gli alleati e lì scioglierà la sua riserva. La sua candidatura è già considerata fallita da alcuni giorni, ma il Cavaliere vuole essere quello che dà le carte e finora si è rifiutato di farsi da parte. Da lì, da quell’incontro, uscirà la prima mossa concreta in vista del voto di lunedì. E di conseguenza si muoveranno tutti gli altri leader. Oggi però i segnali sono stati tanti. Sono due le parole chiave della strategia condivisa dai partiti: nome di alto profilo e patto di legislatura. Se tutte le forze (media e finanza in primis) sembrano voler far scivolare i partiti verso Mario Draghi, c’è una strada alternativa che si sta facendo sempre più concreta: sostenere un nome super partes che possa mettere tutti d’accordo ed evitare di far precipitare i partiti nella crisi di governo. Perché questa è l’altra priorità condivisa da destra a sinistra: il governo non può cadere (di nuovo) e nessuno vuole trascinare il Paese nell’ennesimo stallo politico (mettendo a rischio l’ultimo anno di poltrone). Ecco allora che oggi le frasi da segnarsi sono state quelle di Matteo Salvini (“Farò una o più proposte di alto profilo”) e di Matteo Renzi (“Se propone un nome nell’interesse del Paese, lo si vota”).

Il nome di alto profilo e le trattative dei partiti – Se solo 24 ore fa, a far rumore era l’editoriale del Financial Times che incoronava anzitempo la salita al Colle di Mario Draghi, oggi non sono mancate le spinte per lavorare a un’altra rosa di nomi. L’incontro tra Salvini e Conte di ieri ne è stato il segnale più importante: è possibile fare asse su un nome terzo (tra questi c’è Elisabetta Belloni, come raccontato da Peter Gomez a “Tagadà” su La7). E se mai dovesse arrivare un nome dal centrodestra, non potrà essere certo un nome espressione diretta dei partiti: per intenderci la strada per Casellati e Moratti è in salita, ma pure quella di Pier Ferdinando Casini che a fatica sarebbe digerito nella galassia M5s. Insomma la trattativa è molto complessa e deve tenere in piedi le esigenze e i desiderata di tutti i fronti. Un passaggio decisivo sarà quello di sabato quando, al vertice del centrodestra, Berlusconi dirà cosa ha deciso: si farà da parte e indicherà il suo candidato? Se avverrà si potrebbe aprire una nuova fase politica alla vigilia del primo voto dei Grandi elettori previsto per lunedì alle 15. La decisione dell’incontro romano è stata presa dopo una telefonata a tre con Matteo Salvini e Giorgia Meloni che con tutta probabilità avranno pressato il Cavaliere ad accelerare i tempi. Il Cavaliere, dopo aver realizzato di non avere i voti, si è trincerato in un lunghissimo silenzio, senza che nemmeno i suoi più fidatissimi riuscissero a convincerlo a farsi di lato. Ora sarà proprio la sua decisione a influenzare le prossime mosse. Per Salvini, lo ha detto nel suo messaggio, ci sono ‘lavori in corso” e vuole essere lui il kingmaker che tira fuori dallo stallo tutti. “La coalizione avrà l’onore e l’onere di proporre per il Colle una candidatura di alto profilo”, recita la nota congiunta facendo eco a quanto detto proprio dal leader del Carroccio.

Il patto di legislatura di Letta. Che oggi ha incontrato Renzi – Prima urgenza condivisa: non far saltare il governo. E su questo ha lavorato tutto il giorno Enrico Letta. Che oggi, come prima cosa, ha incontrato il nemico storico Matteo Renzi. Uno “stallo alla messicana”, almeno “fino a domenica sera”, è una delle immagini che avrebbe evocato lo stesso segretario dem nei vertici delle ultime ore. Il faccia a faccia più importante è stato proprio con il leader di Italia viva e nonostante le bocche cucite, un “è andata bene” il leader Pd l’ha consegnato a chi gli ha parlato. Di certo, dall’incontro è emersa una concordia sul metodo: “Letta ha detto una cosa che condivido, facciamo un patto di legislatura. E’ una cosa giusta, ha ragione. E’ la stessa cosa che dico io”, ha poi detto su La7 Renzi. Che ha poi disegnato il quadro generale: “In campo ci sono due ipotesi: un presidente eletto a gomitate, ma chi ci prova è morto, o si cerca tutti un accordo“. Un accordo che deve essere “politico”, anche e soprattutto in caso di trasloco di Draghi al Colle. Che significa far nascere un “governo con una caratura politica” e guidato da “una figura che andrà bene a tutti”, ha spiegato sempre Renzi. Letta, però, resta abbottonato. Negli incontri di oggi non si sarebbe fatto alcun nome per il Colle. Non quello di Draghi. Letta continua tessere la tela del confronto, incontrando stamattina il Psi e FacciamoEco. Mentre il faccia a faccia con Salvini sarebbe cosa imminente. Ma il punto importante per i dem, Letta lo ha ribadito più volte, resta quello che “il centrodestra non ha alcun diritto di prelazione”. E se è vero che, come ha detto ancora Renzi, “Berlusconi è fuori dalla partita”, per il Pd resta il fatto che il piano B non può essere un altro nome di centrodestra. “Facciamo la cosa utile per il Paese”, ha sollecitato Debora Serracchiani. In ogni caso, le mosse del centrosinistra restano da calibrare secondo i cambiamenti del quadro e con un occhio alle scelte del centrodestra. Fino ad allora, tutto appare ancora sospeso. “Domenica riuniamo i grandi elettori, decideremo lì”, per usare le parole della capogruppo alla Camera. Un invito alla cautela arriva anche da Emma Bonino. “Non ci possiamo permettere una crisi di governo“, osserva la senatrice di +Europa: “Io francamente – sottolinea ancora – non vedo un’altra figura oltre Draghi, capace di tenere insieme questa maggioranza disordinata e sfilacciata”.

M5s in attesa, Conte lavora all’alternativa e vede anche Meloni – Per i 5 stelle scongiurare l’ipotesi Draghi è una delle preoccupazioni principali. Ecco perché l’incontro di ieri tra l’ex premier e Matteo Salvini è stato per molti un segnale importante. Così come i contatti di oggi con tutti i leader e pure quello con la leader Fdi Giorgia Meloni. Eppure resta la consapevolezza che il nome del presidente del Consiglio è in campo e, se dovesse restarci, anche i 5 stelle dovranno decidere da che parte stare. In questo senso vanno interpretate le aperture emerse durante l’assemblea congiunta di giovedì scorso: il premier è “un ottimo nome” e non lo si può scartare a prescindere, hanno detto alcuni (soprattutto i più vicini a Luigi Di Maio). Conte però sa che sul punto non avrà mai un seguito compatto dei gruppi e per questo sta lavorando affinché si trovi una convergenza su un candidato “terzo”. Ci ha provato durante l’incontro con il centrosinistra (ha proposto ad esempio Andrea Riccardi, Filippo Patroni Griffi) e pure ieri durante l’incontro con Matteo Salvini (Paola Severino). Gli avvicinamenti sono appena iniziati e le prossime ore saranno decisive. Intanto oggi è scoppiato il caso Riccardo Fraccaro: è stato aperto un procedimento disciplinare nei confronti dell’ex sottosegretario di Conte perché ha “promesso a Salvini voti M5s per sostenere Tremonti”. Lui ha ammesso l’incontro, ma negato che ci fosse un qualsiasi accordo. Resta il fatto che l’ex premier si è molto innervosito. Fraccaro in serata ha reagito dichiarando: “Non voterò mai Draghi”. E di fatto ha mostrato così i tormenti che vive all’interno il M5s. Archiviata la questione interna, per Conte ora gli occhi sono puntati sulle prossime mosse degli altri leader: i 5 stelle vogliono essere protagonisti e Conte sa che le prossime mosse saranno cruciali.

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