Hillary Clinton candidata alle Presidenziali 2024? Potrebbe sembrare una boutade, e in parte lo è. La proposta è partita da un editoriale del Wall Street Journal, è stata discussa, ridicolizzata, respinta o considerata. Con ogni probabilità, la cosa non si concretizzerà. Ma il solo fatto che a qualcuno possa venire in mente dimostra la confusione e l’assenza di strategia che regnano nel Partito Democratico, soprattutto nel momento più difficile per l’amministrazione di Joe Biden.

Anzitutto, vale la pena di fare un po’ di storia. La proposta di “Hillary 2024” l’hanno fatta per primi sul Wall Street Journal Doug Schoen e Andrew Stein. Ricordiamo una cosa. Il quotidiano finanziario è un giornale conservatore. Schoen è un sondaggista che ha lavorato per Michael Bloomberg mentre Stein è l’ex presidente del consiglio comunale di New York City che, alle presidenziali 2016, sostenne, guarda caso, Donald Trump.

Già questo dovrebbe far riflettere sulla serietà e soprattutto sulla neutralità della proposta. Tralasciando comunque questo aspetto, vediamo cosa dicono i due. Hillary Clinton, a loro giudizio, sarebbe la candidata perfetta per il 2024 perché: ha esperienza di governo, può essere la candidata del cambiamento, ha espresso la volontà di ricandidarsi. I punti forti della proposta di Schoen e Stein potrebbero essere facilmente confutati. Clinton aveva esperienza di governo anche nel 2016, ma questo non impedì la sua sconfitta contro l’“inesperto”, almeno politicamente, Donald Trump. Che possa essere la candidata del cambiamento appare difficile. Nel 2024, l’ex first lady avrà 77 anni. È sulla scena politica nazionale dal 1978 e la sua fisionomia di democratica centrista assomiglia a quella di Joe Biden. Quanto ai segnali che avrebbe mandato per un suo ritorno, si riducono a una recente intervista a Nbc, in cui Clinton spiega che i democratici devono capire come conquistare gli Stati “rossi”, repubblicani. Nel 2017, peraltro, Clinton aveva dichiarato “conclusa” la sua carriera politica attiva.

L’articolo del Wall Street Journal è stato comunque letto e commentato. Dick Morris, già consulente di Bill Clinton, ha spiegato che “ci sono buone possibilità” che Hillary possa essere candidata nel 2024, soprattutto “se i democratici dovessero perdere le elezioni di midterm”. Sulle barricate sono invece saliti i progressisti, per i quali il ritorno di Clinton corrisponde a un incubo. “I democratici hanno una storia antica di ritorni in scena da parte di politici, che poi vengono fatti fuori”, ha detto Adam Green del Progressive Campaign Change Committee, citando i casi di Ted Strickland in Ohio, Russ Feingold in Wisconsin, Phil Bredesen in Tennessee e Walter Mondale in Minnesota. Tutti vecchi leoni regolarmente sconfitti al momento di un atteso, sbandierato, deludente rientro in politica.

Chi è forse riuscito a sintetizzare meglio il sentimento che deve aver preso molti democratici alla notizia di una candidatura di Clinton nel 2024 è comunque un giornale, il Boston Herald, che in un editoriale ha scritto: “Abbiamo un messaggio per Hillary Clinton. Non farlo!”. Il fatto è che la storia della candidatura – e soprattutto la discussione che si è sviluppata successivamente – appaiono un segnale delle difficoltà che il Partito Democratico sta vivendo in questa fase. L’amministrazione Biden ha tradito molte delle promesse fatte in campagna elettorale. Non è passata la riforma dell’immigrazione, non è passata la legge sul controllo delle armi, langue la riforma del welfare, destinati a sicura sconfitta sono i due progetti per il diritto di voto. Intanto sale l’inflazione, la supply chain mostra problemi seri, la pandemia non è stata arrestata. In queste condizioni, i democratici appaiono destinati a una sconfitta, secondo alcuni storica, alle elezioni di midterm.

Sono tanti i segnali di queste difficoltà. Meglio, di questa crisi. È impopolare, poco amata, la leadership democratica e non si riesce nemmeno a trovare strategie comuni sulle questioni principali che hanno mandato alla Casa Bianca Joe Biden e Kamala Harris. Il partito appare spaccato tra moderati e progressisti. Il passaggio della legge sulle infrastrutture, uno dei pochi risultati tangibili dell’ultimo anno, è stato travagliato da una lotta epica all’interno del partito, con i progressisti che non volevano votarla temendo che i centristi poi non appoggiassero (come è infatti avvenuto) la riforma del welfare. In una recente intervista al Guardian, Bernie Sanders ha spiegato che il partito “ha voltato la schiena alla classe lavoratrice”. I gruppi della società civile appaiono nel migliore dei casi delusi, nel peggiore furibondi, per le tante promesse e gli scarsi risultati. Soprattutto le comunità afro-americane che hanno contribuito in modo determinante alla vittoria del 2020 mostrano la loro insofferenza per il ritardo con cui questa amministrazione ha abbracciato la difesa del diritto di voto. Un quadro esauriente delle divisioni e dell’assenza di strategia dei democratici lo si può peraltro ritrovare in queste settimane a New York. C’è un sindaco, Eric Adams, pro-business, pro-sviluppo immobiliare, durissimo sulle questioni della sicurezza. E c’è un Consiglio comunale infarcito di progressisti che si trovano regolarmente all’opposizione rispetto alle idee del “loro” sindaco.

È dunque naturale che in questo clima possano nascere proposte come quella della candidatura di Clinton per il 2024, che oltre a essere morta in partenza è per l’appunto un segnale del vuoto che domina in casa democratica. La proposta – minaccia, bufala, auspicio, ballon d’essai, come la si voglia chiamare – di Clinton 2024 non è peraltro sola. Altre uscite riempiono in questi giorni il dibattito. Sul liberal New York Times, il liberal Thomas Friedman ha proposto per il 2024 un ticket presidenziale Joe Biden/Liz Cheney. L’82enne presidente democratico dovrebbe scegliere come propria vice non più Harris, incapace di trovare una propria voce, ma la deputata repubblicana, nemica giurata di Donald Trump. La ragione di questa accoppiata quanto meno curiosa verrebbe, secondo Friedman, dalla necessità di “salvare il nostro sistema democratico” contro i repubblicani ‘golpisti’ di Trump.

La cosa è ovviamente impossibile. Cheney, figlia del falco della “war on terror” Dick, è sì su posizioni critiche nei confronti di Trump dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio, ma ha regolarmente votato per l’agenda politica dell’ex presidente ed è una tra le voci più solide del movimento conservatore Usa. Difficile pensare che tutte le differenze tra Biden e Cheney possano essere messe da parte – su immigrazione, sicurezza, welfare – in nome di un “governo di unità nazionale” che non avrebbe peraltro i voti di buona parte dei democratici e di nessuno tra i repubblicani. Eppure della proposta si discute sull’organo più importante dell’intellighenzia liberal americana, approfondendo la sensazione ormai molto concreta di caos che si respira a sinistra. Mentre ci si divide, mentre si ascoltano le cose più assurde, la barca affonda. Un sondaggio Quinnipiac del 10 gennaio mostrava che il 54% degli elettori statunitensi è insoddisfatto di Biden. Mai la popolarità del presidente democratico era scesa così in basso.

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