Posti letto insufficienti, liste di attesa che arrivano fino a un anno per le patologie non urgenti, reparti in affanno, ambulanze a singhiozzo, personale per le pulizie insufficiente: la quarta ondata Covid sta mandando in tilt la sanità pubblica nel Lazio. L’allarme arriva dai medici, ma anche dagli infermieri e altri operatori del settore. “Questa quarta ondata per fortuna non è grave come la prima ma ha un impatto uguale sugli ospedali e sulla popolazione”, racconta Guido Coen Tirelli, primario di Otorinolaringoiatria al Sant’Eugenio di Roma e segretario del sindacato dei medici ospedalieri Anaao Assomed del Lazio. Raggiunto telefonicamente da ilfattoquotidiano.it, Coen Tirelli spiega che “in tutti gli ospedali pubblici romani si sono ridotte le attività per le patologie non urgenti, il personale infermieristico viene dirottato sulle vaccinazioni e sull’assistenza ai malati Covid”.

Per fare qualche esempio: all’ospedale Sant’Eugenio di Roma in tempi pre-pandemia la chirurgia effettuava otto sedute al giorno, oggi ne riesce a garantire due. I tempi per le visite specialistiche, in tutti i nosocomi pubblici, si sono notevolmente dilatati e ci sono attese che sfiorano gli 8 o i 12 mesi. E slittano, dai tre ai sei mesi, le attese per le operazioni chirurgiche non urgenti. Nei pronto soccorso le ambulanze vanno incontro a blocchi del servizio. Secondo quanto rilevato dalla Fp Cgil di Roma e del Lazio si sono registrati su base regionale picchi giornalieri anche di 50 ambulanze ferme più del dovuto all’ingresso degli ospedali, perché non potevano rilasciare i pazienti a causa del sovraffollamento.

La situazione di crisi investe “tutti, dal San Filippo Neri al Santo Spirito, tutti gli ospedali a conduzione pubblica stanno subendo un sovraccarico per i pazienti Covid e di conseguenza c’è una difficoltà pazzesca negli ospedali pubblici a trattare le patologie non urgenti”, aggiunge Coen Tirelli. “Ci sono intere aree di ospedali completamente ferme, sono quelle destinate a patologie non urgenti. E nelle aree chirurgiche si lavora a scartamento ridotto, mancano i posti letto per i malati che non siano Covid e nelle sale operatorie si lavora di meno perché manca sia il personale infermieristico, sia gli anestesisti, dirottati in altre attività per fronteggiare l’emergenza Covid”, sottolinea il medico. Le difficoltà riguardano soprattutto le chirurgie, quindi le operazioni di routine, come asportazioni della colecisti, delle tonsille o dell’appendice, ovvero patologie che non mettono in pericolo la vita del paziente ma possono diventare gravi se rinviate troppo a lungo. “Per una colecisti si può arrivare ad aspettare anche tre o quattro mesi a oggi”, dice Coen Tirelli.

E per effetto del sovraffollamento sono aumentati anche i carichi di lavoro per la pulizia nei reparti Covid, con un conseguente rallentamento del servizio negli altri reparti. “È fisiologico che in questo momento la maggior parte del personale per le pulizie sia impiegato nei reparti Covid. Le aree Covid e i pronto soccorso li chiamiamo zone rosse, insieme alle sale operatorie: c’è da lavorare in continuazione, con ritmi e orari notevolmente intensificati, perché oltre alla pulizia ordinaria dobbiamo svolgere le sanificazioni. Tutto questo mentre il numero di persone impiegate e il monte ore richiesto è sempre lo stesso, se non addirittura diminuito come è stato proposto nella Asl Roma 5″, racconta Dhaou Yahyaoui della Filcams Cgil.

In alcune strutture il maggior carico di lavoro si è tradotto in una insufficienza di dispositivi di protezione. “Il personale che fa le pulizie, composto per la maggior parte da donne sui 50 anni, anche in strutture importanti, come l’Umberto I di Roma, si trova spesso sprovvisto di mascherine, gel e guanti: devono andare a chiederli al capo sala di turno, perché quelli previsti per dotazione ordinaria non sono sufficienti”, aggiunge Yahyaoui.

Uno scenario che a breve termine rischia di ampliare il divario tra pubblico e privato, e sul lungo periodo potrebbe acuire le disuguaglianze nell’accesso alle cure: tema su cui le istituzioni, a partire dal governo, hanno promesso di intervenire facendo leva sui fondi del Pnrr in arrivo. Tuttavia il percorso è in salita nel Lazio dove, prima della pandemia, dopo dieci anni di commissariamento, il sistema sanitario regionale scontava già una carenza notevole di personale a causa del blocco del turn over: le aziende ospedaliere potevano assumere soltanto il 10 per cento del totale del personale in uscita, fuori cento e dentro 10, insomma. Così il quadro attuale vede una carenza su tutto il territorio regionale “di circa 10mila unità tra medici, infermieri, sanitari e amministrativi”, racconta Massimiliano De Luca, responsabile comparto Sanità Fp Cgil Roma e Lazio che rappresenta infermieri, operatori del settore e amministrativi. “Ne mancano altre 3.500 se davvero si vogliono attuare i progetti che si pensa di realizzare con i fondi del Pnrr, a partire dalle case della salute”, aggiunge.

Con la pandemia, a partire da marzo del 2020, nel sistema sanitario del Lazio sono state innestate circa 4mila nuove unità “ma si tratta di personale a tempo determinato e in scadenza che andrebbe stabilizzato subito, considerato anche che la nuova legge di bilancio ne favorisce l’assunzione dopo 18 mesi, superando il limite dei 36 mesi fissato dalla legge Madia. Inoltre bisogna sbloccare immediatamente nuove assunzioni”, chiosa. Non soltanto, uno dei temi su cui è fondamentale intervenire secondo il sindacato è il tetto di spesa per il personale imposto alle strutture ospedaliere pubbliche: misura che crea la principale differenza nella riduzione dei tempi di attesa tra pubblico e privato, poiché le strutture private possono fare infornate di assunzioni e reperire quindi forza lavoro senza limiti a differenza di quelle pubbliche. “È qualcosa su cui si deve iniziare a ragionare e ad agire a livello di governo nazionale – conclude De Luca -, la pandemia ha mostrato che in sanità non si può più pensare che gli ospedali pubblici abbiano tetti di spesa per il personale”.

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