L’ultima riprova di come l’Italia intende favorire la transizione ecologica viene dalla lettura del decreto legislativo n. 196 del novembre 2021 sulle plastiche monouso, e cioè su quelle plastiche per combattere le quali, sin dal 2019, l’Unione europea ha varato una direttiva apposita, premettendo che in Europa “dall’80 all’85% dei rifiuti marini rinvenuti sulle spiagge sono plastica: di questi, gli oggetti di plastica monouso rappresentano il 50% e gli oggetti collegati alla pesca il 27% del totale. I prodotti di plastica monouso comprendono un’ampia gamma di prodotti di consumo frequente e rapido che sono gettati una volta usati, raramente sono riciclati e tendono pertanto a diventare rifiuti. Una percentuale significativa degli attrezzi da pesca immessi sul mercato non è raccolta per essere trattata. I prodotti di plastica monouso e gli attrezzi da pesca contenenti plastica sono pertanto un problema particolarmente serio nel contesto dei rifiuti marini […] “.

E che ha fatto l’Italia? Prima ha preso tempo: la direttiva doveva essere resa operativa entro il 3 luglio 2021 ma, nonostante avesse avuto due anni di tempo, il nostro paese, per farlo, ha aspettato di arrivare a novembre con un decreto che entrerà in vigore il 14 gennaio 2022.

E poi ha fatto peggio: pur volendoci limitare alle inadempienze più immediate, basta ricordare che la direttiva prevedeva per gli Stati membri il divieto dal 3 luglio 2021 di immettere sul mercato alcuni prodotti di plastica monouso fra cui bastoncini cotonati, posate, piatti, cannucce, contenitori per alimenti e per bevande di polietilene espanso nonché tutti i prodotti di plastica oxo-degradabile, e cioè contenenti additivi che attraverso l’ossidazione comportano la frammentazione della materia plastica in microframmenti o la decomposizione chimica. Il 3 luglio è passato, ma solo ora il nostro paese ha recepito questo divieto con decorrenza 14 gennaio 2022, e, per di più, ha aggiunto che comunque il divieto vale solo “dopo l’esaurimento delle scorte”, e quindi con data incerta (tanto più in un paese dove i controlli sono quasi inesistenti).

Come se non bastasse, ha aggiunto anche che il divieto non vale per i prodotti in materiale biodegradabile e compostabile, aprendo così la porta a numerosi dubbi, in quanto non è affatto chiaro se e quando una plastica possa essere definita biodegradabile o compostabile, come bene messo in risalto da un accurato studio di Greenpeace Italia dell’aprile 2021. Anche il Cnr, nella sua relazione al Senato, ha evidenziato giustamente il pericolo di imbrogli, citando il caso della Coca Cola che ha presentato la sua “plant bottle” come bottiglia 100% da materia prima rinnovabile mentre, in realtà, non si biodegraderebbe affatto.

Peraltro, anche ammettendo che possa esservi plastica biodegradabile, in tal modo ci siamo comunque posti al di fuori della legalità europea che, per quanto riguarda i rifiuti, si basa su una precisa “gerarchia” dove al primo posto troviamo la “prevenzione”, perché “il miglior rifiuto è quello che non viene prodotto”, non quello che si biodegrada (non si sa come e non si sa quando).

Ma perché tutto questo? Il nostro paese si colloca al decimo posto della classifica mondiale di rifiuti in plastica pro capite (23 chili), ma detiene, purtroppo, il 60% del mercato europeo dell’usa e getta e, come ricordato da Milena Gabanelli sul Corriere, produce il 66% di tutta la plastica biodegradabile d’Europa. E così, invece di muoversi prima, sprecando più di due anni i nostri industriali hanno preferito aspettare la scadenza comunitaria e poi fare pressioni per un ammorbidimento sul governo italiano che si è dimostrato totalmente disponibile, sia con il ministro Giancarlo Giorgetti sia, soprattutto, con il ministro Roberto Cingolani che ha parlato di “dare respiro alle nostre aziende” perché “la sostenibilità è un equilibrio tra istanze diverse“.

Ecco, è proprio questo il punto. Perché, evidentemente, per il nostro Ministro della transizione ecologica la “sostenibilità” significa fare cose “sostenibili” per l’industria, non per l’ambiente. Anche se, come dice la Ue, i prodotti di plastica monouso “mettono pesantemente a rischio gli ecosistemi marini, la biodiversità e la salute umana, oltre a danneggiare attività quali il turismo, la pesca e i trasporti marittimi”.

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