Il Monte Sasso franò nella notte del 25 giugno 1892 a causa dell’azione continua delle acque. Oltre alla strada provinciale e alla ferrovia, furono sepolte circa trenta case. Le vittime furono numerose e, secondo i quotidiani dell’epoca, se la frana fosse caduta qualche minuto dopo, il treno da Bologna sarebbe rimasto anch’esso sepolto dalla rupe crollata: “Il frastuono della frana indusse sicuramente il macchinista a proseguire lentamente e la rapida azione di un cantoniere riuscì a fermare il treno nei pressi del Ponte del Diavolo a poche decine di metri dalla frana, evitando così un ulteriore disastro”.

In quel frangente il Re si trovava nella sua villa di Monza. Non giudicò l’episodio tanto grave da meritare una visita ai luoghi dal disastro, forse perché la maggior parte delle vittime erano poveri trogloditi che abitavano nelle sottostanti case-grotta. E un epigramma di Lorenzo Stecchetti inquadrò così l’episodio:

Fu la scena soltanto
Fu il drammatico cruento
Che vi commosse al pianto.
Se il monte non cascava
Morivano di stento
E nessuno ci badava.

Ai poveri non si bada. Un rapporto della Banca Mondiale di quattro anni fa spiegava che le catastrofi naturali costano più di 500 miliardi di dollari all’anno nel mondo. Ma è un costo distribuito ben poco equamente. Esse colpiscano soprattutto le fasce più povere della popolazione; in apparenza, i poveri patiscono non più del dieci per cento dei danni materiali ma, nella sostanza, perdono il cinquanta per cento del loro (già modesto) benessere. Perdono poco, in termini assoluti; ma ci rimettono quasi tutto quello che hanno.

I disastri generano milioni di poveri assoluti. Secondo lo stesso rapporto della Banca Mondiale, le catastrofi naturali fanno scivolare ogni anno 26 milioni di persone sotto la soglia di povertà assoluta, fissata a 1,9 dollari al giorno all’epoca del rapporto. A causa del ciclone Nargis, che colpì la Birmania nel 2008, la metà degli agricoltori poveri colpiti dal disastro fu costretta a vendere i propri beni, comprese le terre, per rimborsare i debiti che avevano contratto. Un impatto simile hanno avuto le siccità in India, accompagnate dalla crisi energetica.

Un recente rapporto della Fao (Fao, 2021. The impact of disasters and crises on agriculture and food security) avverte l’umanità come la sicurezza alimentare sia sempre più precaria. Essa viene messa a repentaglio da una serie di pericoli naturali, che colpiscono la Terra con una severità senza precedenti. Sono i mega-incendi, gli eventi meteorologici estremi, gli sciami di locuste del deserto mai così prepotenti; senza dimenticare la pandemia di Covid-19, con l’effetto di una significativa riduzione degli aiuti ai paesi poveri affinché aumentino la loro resilienza ai disastri.

L’agricoltura è alla base dei mezzi di sussistenza di oltre due miliardi e mezzo di persone. La maggior parte vive nei paesi in via di sviluppo a basso reddito. In nessun altro momento della storia l’agricoltura ha dovuto fare fronte a una gamma così ampia di rischi naturali. E l’agricoltura continua a patire una quota sproporzionata dei danni provocati dai disastri. La crescente frequenza e intensità dei fenomeni, assieme alla spinta demografica a emancipare aree pericolose che venivano prima scartate e alla natura sistemica del rischio, sconvolgono la vita delle persone, devastano i loro mezzi di sussistenza e mettono in crisi l’intero sistema alimentare. La crescita dell’ultimo secolo di questi episodi ha un andamento esponenziale (vedi Figura 1) con una estrema variabilità geografica (vedi Figura 2). Va fronteggiata prima che diventi ingestibile.

Figura 1
Figura 2

I cambiamenti climatici sbattono più forte dove duole il dente della povertà. Se il terremoto di agosto ad Haiti è stata la peggior catastrofe dell’anno, per il record di vittime, tutti gli altri disastri che entrano in questa triste classifica – dal Tifone Rai delle Filippine, al secondo posto, al tornado statunitense di dicembre, nono in graduatoria per mortalità – sono associati a estremi idrometeorologici. E, negli ultimi vent’anni, le inondazioni sono state di gran lunga il disastro naturale più comune, giacché rappresentano il 43% di tutti gli eventi registrati (vedi Figura 3). Non fanno più notizia. Quanti giornali occidentali hanno parlato dell’alluvione in Malesia della vigilia di Natale, con più di 40mila sfollati?

Figura 3
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