Mentre un dibattito surreale promuove la periodica velleità nucleare italiana, la messa in ragionevole sicurezza delle scorie è un problema tuttora insoluto. Gran parte dei paesi europei ha risolto lo stoccaggio temporaneo delle scorie nucleari ad alta attività con i depositi nazionali, destino definitivo anche dei rifiuti a bassa attività. In Italia, la tragicommedia del Deposito Nazionale si trascina da più di un ventennio.

Nel mondo, più di un quarto di milione di tonnellate di rifiuti altamente radioattivi è custodito in depositi provvisori. Se alcuni paesi, come Francia e Spagna, hanno depositi nazionali, progettati secondo adeguati livelli di rischio accettabile e orizzonte di vita pluri-centennale, altrove ci sono depositi assai meno strutturati, sovente prossimi alle centrali nucleari e alle fabbriche di armi. Spesso localizzati vicino ai fiumi e ai mari, ulteriore fattore di preoccupazione. Solo gli Stati Uniti conservano oltre 90mila tonnellate di scorie nei depositi provvisori sparsi in tutto il paese (vedi Figura).

Con l’invecchiamento dei contenitori, cresce il rischio di emissione di radiazioni, fonte di gravi rischi per la salute umana e per l’ambiente, come spiegano parecchi articoli scientifici sul rischio di corrosione dei fusti. Prima dello stoccaggio, le scorie a elevata attività vengono trattate, poi inglobate nella ceramica o nel vetro e, infine, sigillate in fusti di acciaio inox per impedire ogni interazione ambientale. Gli attuali standard di sicurezza valutano con attenzione la corrosione dei singoli gruppi di materiali ma in modo indipendente, trascurando le potenziali interazioni tra materiali diversi che si trovano a contatto nei fusti.

La stessa vetrificazione – adottata per esempio in India, Francia e Stati Uniti – incontra parecchi problemi, come dimostra un recente studio sugli storici depositi di Hanford, i più antichi del mondo, sul fiume Columbia nello stato di Washington sul Pacifico. “Sebbene il processo di vetrificazione delle scorie nucleari sembri ben consolidato, nella pratica esso si confronta con problemi complessi a partire dalla progettazione delle composizioni vetrose, alla lavorazione nelle vasche di fusione, alle prestazioni a lungo termine dei blocchi di rifiuti vetrificati” (Goel & al., Challenges with vitrification of Hanford High-Level Waste to borosilicate glass – An overview, Journal of Non-Crystalline Solids: X4, 2019).

Per ora, lo smaltimento permanente in depositi geologici rimane una pura chimera. Nessun deposito siffatto è operativo. E svariati tentativi fatti in passato si sono rivelati fallimentari. I depositi geologici di Finlandia, Svizzera e Svezia sono ancora a uno stadio infantile e non possiamo tacere il rischio che, anche lì, possano incontrare gli stessi problemi di sicurezza che fecero smettere l’esperimento statunitense di Yucca Mountain in Nevada o il tumulo nella miniera di salgemma di Schacht Asse II in Germania.

Senza un recapito definitivo o semi-definitivo, i materiali pericolosi e i loro contenitori continuano a invecchiare. Questa situazione insostenibile sta spingendo gli esperti di corrosione a capire meglio come acciaio, ceramica, vetro e altri materiali proposti per i contenitori di stoccaggio dei rifiuti nucleari a lungo termine potrebbero degradarsi. La sfida tecnologica è aperta e va affrontata con coraggio e realismo.

Indipendentemente dal fatto che uno sia a favore o contro l’energia nucleare – o che cosa pensi delle armi nucleari – le scorie radioattive sono già tra noi, spesso vicine alle nostre case. E il problema va affrontato: l’umanità non può nascondere la testa sotto la sabbia. Anche nel caso, del tutto utopico, di una repentina uscita a scala globale dalla tecnologia della fissione nucleare, l’eredità degli ultimi 75 anni accompagnerà il futuro della Terra e dei suoi abitanti per molti secoli.

La condivisione scientifica e sociale delle soluzioni è un fattore indispensabile. Il sapere necessario è multidisciplinare, compreso quello sul comportamento dell’acqua, nemico numero uno della sicurezza di stoccaggi e depositi. Finora, il problema è stato gelosamente custodito tra gli addetti ai lavori, talora con un’attitudine cripto-militare alla segretezza. Sono state presto seppellite le iniziative democratiche di condivisione scientifica e sociale, come l’Osservatorio per la Chiusura del Ciclo Nucleare in Italia: un organismo indipendente istituito nel 2014 e accantonato quattro anni dopo, che si proponeva di contribuire a una corretta informazione ponendosi l’obiettivo di approfondire gli aspetti scientifici e tecnologici, nonché le implicazioni economiche, sociali e ambientali delle attività di bonifica dei siti nucleari e di gestione e messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi.

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