C’è una classifica in cui il nostro paese rimane molto attardato, posizionandosi addirittura dietro a Romania, Bulgaria e Malesia. Si tratta della graduatoria sulla velocità della connessione a internet a livello globale. Quando si analizza la diffusione di internet, i dati che di solito vengono messi in evidenza sono quelli relativi al libero utilizzo dei social – ad esempio quasi tutti bloccati in Cina – o a determinati siti. Sicuramente fattori importanti, ma non gli unici da tenere in considerazione. Anche la velocità della connessione è infatti un elemento decisivo per valutare il concreto accesso garantito ai cittadini alla rete. Un’analisi di questo tipo è stata recentemente realizzata dal centro di ricerca Cable.co.uk, che ha messo a confronto 224 paesi del mondo sulla base della velocità media di download di un film in alta risoluzione contenuto in un file di 5 giga.

La mole di dati analizzati ha permesso innanzitutto di mostrare come il mondo sia sempre più (e meglio) connesso: nel 2017 la velocità media di download era infatti pari a 7.40 Mbps (megabit per secondo), mentre nel 2021 ha raggiunto quota 29,79 Mbps. Solo nell’ultimo anno, l’aumento è stato del 20%. D’altronde internet è sempre più fondamentale per la vita quotidiana di ciascuno di noi e un accesso rapido e sicuro alla rete è ormai considerato alla stregua di un vero e proprio diritto umano. Non stupisce, quindi, che le regioni più avanzate e in cui generalmente i diritti umani trovano maggior tutela sono proprio quelle con la velocità di internet più elevata: Europa Occidentale, Nord America e Paesi Baltici. Al contrario, nel Nord Africa, nell’Africa Subsahariana e nello spazio post-sovietico la connessione è spesso lenta quando non addirittura sostanzialmente impossibile.

Venendo ai singoli paesi, la classifica vede l’Italia occupare la 61° posizione, “forte” dei suoi 36,69 Mbps. In sostanza, per scaricare il film da 5 giga di cui sopra, occorrono circa 18 minuti. Come detto, meglio di noi fanno, tra gli altri, Romania, Bulgaria, Malesia e Montenegro. In Europa il nostro paese è uno dei peggiori quando si parla di banda larga, nonostante quest’ultima sia considerata un’infrastruttura strategica e fondamentale per lo sviluppo economico e sociale, con alcuni confronti che fanno addirittura impallidire: basti pensare che i componenti del trio di testa – Jersey (un’isola della Manica afferente al Regno Unito), Liechtenstein e Islanda – dispongono di velocità di download stratosferiche, tra i 270 e i 190 Mbps circa.

In Liechtenstein il 98% della popolazione utilizza internet regolarmente, mentre l’Islanda, grazie agli sforzi governativi per portare almeno una velocità di 100 Mbps ai cittadini, ha scalato tre posti in classifica dall’ultima rilevazione, conquistando il podio. Anche se non è un caso che nelle prime posizioni vi siano soprattutto isole o territori molto piccoli – ciò è legato al fatto che è molto più semplice installare la banda larga e il 5G in un’area di proporzioni limitate – la sedicesima posizione della Spagna, la diciannovesima della Francia e la trentunesima della Polonia fanno pensare che l’Italia potrebbe comunque fare molto meglio. Anche considerando che dei primi 50 paesi in classifica, 34 sono europei. Chissà che il Pnrr non aiuti in tal senso, anche perché in tempi di pandemia è risultata ancora più evidente l’importanza di disporre di una connessione efficace.

Guardando al ranking dal lato opposto, se nel Jersey per scaricare un film ci vogliono poco più di 2 minuti, i circa 5 milioni di cittadini del Turkmenistan devono armarsi di pazienza. Per loro, infatti, con soli 0,50 Mbps il tempo d’attesa sale a oltre 22 ore e mezza. Un disastro per la popolazione locale ma un successo per il regime del dittatore Gurbanguly Berdymukhammedov. Che, al pari di altri uomini forti al potere in varie parti del pianeta, vede proprio nella disconnessione e nella capacità di tagliare fuori dal mondo il proprio paese due dei più importanti fattori di stabilità del proprio regime. In Turkmenistan è previsto l’arresto per i cittadini trovati a utilizzare reti private virtuali (Vpn), che consentono di accedere ai numerosissimi siti bloccati dalle autorità.

Perché internet rappresenta ormai un mezzo di opposizione politica, oltre che di crescita economica, istruzione e circolazione delle idee. Una consapevolezza che riguarda sempre di più anche i regimi dittatoriali, come registrato anche da Freedom House nel suo ultimo report sulla libertà globale di internet. Per l’undicesimo anno consecutivo quest’ultima è diminuita a livello mondiale, con i casi eclatanti di Birmania, Bielorussia e Uganda e, per il settimo anno consecutivo, la Cina è stata trovata ad avere le peggiori condizioni per la libertà della rete. Non solo: i cittadini di almeno 55 paesi sono stati investigati o addirittura incarcerati dalle autorità nazionali per i loro post sui social network. Se in alcuni casi quest’attività è legata al controllo dell’odio che spesso trova sfogo in rete, in molti altri casi si tratta di una vera e propria repressione governativa contro oppositori politici, attivisti o semplici membri di minoranze.

Tornando all’analisi di Cable.co.uk, sei delle ultime dieci posizioni della classifica sono occupate da paesi dell’Africa Subsahariana e la connessione più lenta si trova appunto in Turkmenistan, seguito a poca distanza da Yemen ed Etiopia. Al di là dell’aspetto politico, l’elemento che li accomuna è la presenza di infrastrutture di rete sottosviluppate e di una bassa diffusione dei servizi digitali tra le loro popolazioni. Per fare recuperare terreno ai paesi in fondo alla classifica servirebbero quindi ingenti investimenti e piani strategici di lungo periodo. Tanto più che, come dimostrato da un paper dell’Asian development bank, le economie dei paesi meglio connessi a internet sono state in grado di limitare i danni causati dai lockdown legati alla pandemia, riuscendo a trasferire molte attività online. Come a dire che gli investimenti nelle infrastrutture tecnologiche portano benefici tangibili ai governi che li mettono in campo, soprattutto se si tratta di paesi emergenti. Ammesso e non concesso che vi sia una volontà politica in tal senso.

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