Un italiano, un americano, due cinesi e uno spagnolo. Non è una barzelletta sotto l’albero ma la provenienza dei film prenatalizi in uscita.

Dal 16 dicembre è nelle sale Diabolik dei Manetti Bros. Gli occhi blu dalla classica maschera nera sono di Luca Marinelli, mentre la sinuosità elegante di Eva Kant esce dai fumetti delle Sorelle Giussani con le fattezze di Miriam Leone e un bel peso narrativo felicemente inusuale per una co-protagonista. La storia corrisponde all’albo numero tre, dove esordiva Lady Kant. Il pastiche cerca di rispettare fedelmente l’atmosfera noir costruita nei decenni: non solo la ricostruzione scenica degli anni ’60, ma la recitazione compassata degli attori, in primis il Ginko di Valerio Mastandrea che, insieme alla Leone, sono i personaggi più credibili. Il resto, nel passaggio dalla carta al grande schermo sa molto di posticcio, a partire dai baci finti di una volta e dal toupet di Marinelli per appuntirgli l’attaccatura dei capelli.

Pur fedelissimo, coraggioso e pieno d’amore per il fumetto, il film sembra un prodotto fuori dal tempo, e, purtroppo, anche fuori tempo. Il cinema non parla lo stesso linguaggio di un fumetto, andrebbe sempre riadattato. E questo ha 60 anni. Chissà se farne una miniserie ben confezionata per Netflix non avrebbe avuto più chance. Distribuito invece in 500 sale, quanto interesserà realmente i millennials? Perché sono sempre più spesso loro i giudici del box office.

Il problema di Diabolik è che troverà ad attenderlo alla sala a fianco Spider-Man: No Way Home, nei cinema dal giorno prima. Terzo capitolo con Tom Holland e il regista John Watts, accoglie come nuovo mentore il Doctor Strange di Benedict Cumberbatch, ma nel gioco tra scambi di multiverso andrà a coinvolgere anche i vecchi villain delle due saghe precedenti – quelle di Sam Raimi e Marc Webb per intenderci – fino a un doppio e triplo revival di Uomini Ragno che è meglio non spoilerare. La New York rivoltata come un calzino per l’occasione dalla regia sarà teatro di una nuova pesante presa di coscienza di Peter Parker. E il ritorno al peccato originale sui grandi poteri e le grandi responsabilità lo segnerà per una nuova prova, più difficile di tutte le precedenti. A parte l’esistenzialismo supereroistico e i possibili scenari accennati dalle due sequenze nei titoli di coda, questo Spider-Man è una festa di velocità, trovate, avventure sul fil di ragnatela. Tutto è condito da buoni momenti d’ilarità, qualche risata e la commozione per i vent’anni del Ragno sul grande schermo e non solo. Chi iniziò a seguirne le gesta nel 2002 capirà.

Il cinema molte volte viene omaggiato da autori che ne mettono in scena racconti appassionati. È la volta di Zhang Jimou, che ambienta il suo One Second (al cinema dal 16 dicembre) nella Cina della Rivoluzione Culturale di Mao. Un uomo è disposto a tutto pur di appropriarsi di una bobina contenente un cinegiornale. A contendersi il malloppo di celluloide una ragazzina spiantata, e a mettersi tra i due un proiezionista che ricorda l’Alfredo di Nuovo Cinema Paradiso. One Second canta gli inseguimenti a piedi nel deserto quanto la ripulitura certosina di una pellicola srotolata a terra. Cinema nel cinema. Ci mostra la cultura di massa realizzata in Asia dalla propaganda attraverso il grande schermo. Ma anche un mondo poetico di mani artigiane, polvere, giacche sporche e povera gente che la sera si esaltava al buio di un proiettore, l’unico specchio dei sogni. Così fa riflettere sull’oggi il maestro cinese, sulla miriade di schermi e schermini che ci circondano, rendendo quello di sala sempre più tragicamente inutile per molti.

Restiamo in Cina con Tiepide acque di primavera, di Gu Xiaogang, dove la macchina da presa segue una famiglia di quattro fratelli alle prese con la nuova responsabilità di badare alla madre anziana e malata. La vita però propina mille altre incombenze, così questa coralità di personaggi già in difficoltà logistiche, sentimentali o economiche, raccontati nell’arco di tutte le stagioni dell’anno, porta al pubblico un respiro di vita orientale contemporanea, laddove la metropoli s’intreccia con una natura ancora selvaggia. Scartando immagini e colori di eccessi, i lunghi piani sequenza contemplano i grandi spazi urbani, fluviali e naturalistici: un vero e proprio viaggio nella Cina di oggi, una testimonianza antropologica che in due ore e mezza accarezza gli occhi dello spettatore. Sarà nei cinema italiani dal 22 dicembre.

Non accarezza invece il regista Fernando Léon de Aranoa con Il capo perfetto. Ci spostiamo in Spagna per questa commedia che sarà nei nostri cinema dal 23 dicembre. Si tratta di un continuo di pizzicotti allo spettatore, a volte solletico, altre punzecchiate, o carezze imbarazzanti, perché viviamo la storia di questo imprenditore di una rinomata fabbrica di bilance tutto impegnato a competere per vincere l’ennesimo premio aziendale. L’esimio ed equilibratissimo direttore è Javier Bardem. Generosamente impiccione, lampante con i suoi consigli non richiesti e pacatamente egocentrico. La sua prova nei panni di questo carismatico perbenista con mogliettina, villa e vizi sottobanco è da annali, e ricorda il Gassman di In nome del popolo italiano, ma a tinte tenui. Aranoa rivede le relazioni capo/dipendenti tra stagiste, licenziamenti e carrieristi in chiave lucidamente tragicomica e verosimile. Il suo film è in corsa per la nomination all’Oscar, ma intanto ha già intascato un record totalizzando venti candidature ai Premi Goya 2022. Sono senza dubbio le risate più intelligenti dei film di Natale 2021.

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