Il pallone ha un chiodo fisso: riavere gli sponsor delle scommesse, che valgono milioni di euro. Per farlo, però, bisogna abolire o quantomeno alleggerire il divieto imposto nel 2018 dal famoso Decreto Dignità. Una crociata del mondo del calcio che va avanti da tre anni: ora la finestra buona per strappare questo ed altri aiuti dal governo è quella della legge di bilancio. E le pressioni ricominciano. A Palazzo Chigi è andato in scena un tavolo tecnico fra tutte le parti interessate a sbloccare la situazione. Stavolta, davanti alla sottosegretaria Valentina Vezzali c’era il mondo dello sport compatto: c’erano anche pallacanestro e volley (in particolare il presidente Fip, Gianni Petrucci, e il n. 1 della Lega di pallavolo, Massimo Righi). Ma è chiaro che la spinta maggiore viene sempre dal pallone, che ha i più alti margini di guadagno e infatti si è presentato al gran completo: la Figc con Gravina e la Serie A con Dal Pino e De Siervo, persino la Serie C di Ghirelli. Tutti sono ridotti alla canna del gas e tutti rivogliono i milioni che arrivano dal betting.

La richiesta muove da una constatazione oggettiva. Da quando è stato introdotto il Decreto Dignità, le pubblicità delle scommesse negli eventi sportivi non sono scomparse. Basta accendere la tv o aprire i siti internet per accorgersene: ad ogni partita di coppa o campionati esteri si continuano a vedere maglie, loghi e brand di società che sponsorizzano le squadre straniere. E d’altra parte sarebbe impossibile oscurarle. Il divieto ha colpito e finito per penalizzare solo lo sport italiano. Soltanto la Serie A lamenta perdite di 100 milioni l’anno, probabilmente le esagera considerando che nella ben più ricca Premier League il giro d’affari si ferma a 80, ma comunque sono cifre notevoli. Che nel periodo di magra del Covid farebbero tanto comodo al pallone, e allo sport in generale. Così proprio la Lega Calcio di Serie A ha portato una nuova proposta concreta sul tavolo: se prima l’idea promossa soprattutto dalla Figc era quella di strappare una sospensione temporanea di un paio d’anni in concomitanza con l’emergenza, adesso la richiesta è far cadere il divieto per la pubblicità indiretta che viene incassata dalla società sportive, lasciandolo in vigore per quella diretta che finisce in tv. Per intenderci: sì al logo sulla maglia o sui cartelloni pubblicitari a bordo campo, no allo spot in tv in cui il calciatore promuove la scommessa. Magari promuovendo delle campagne di sensibilizzazione sul tema della ludopatia in cambio di questa concessione.

Al tavolo tecnico hanno espresso parere sfavorevole Cei e Caritas, ricordando la questione etica alla base del provvedimento. Resta da capire cosa ne penserà al governo. Fino ad oggi il divieto era stato difeso a spada tratta dal M5s, che del Decreto dignità aveva fatto uno dei suoi cavalli di battaglia. Anche i recenti assalti avevano suscitato la sollevazione dei parlamentari grillini. Oggi però la situazione è diversa, il Movimento è più sguarnito sullo sport, e non ha più il ministro Spadafora, con la delega passata nelle mani della Vezzali che fa riferimento all’area giorgettiana della Lega. Per ora la sottosegretaria si mantiene prudente: “L’obiettivo – ha detto – è verificare i margini di un intervento normativo per ad arginare la penalizzazione economica lamentata dal mondo dello sport e, al contempo, confermare la ferma opposizione al fenomeno della ludopatia”. Il calcio intanto ci prova, e continuerà a provarci.

Twitter: @lVendemiale

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