Lo squarcio aperto dallo sciopero generale del 16 dicembre è illuminante ed è per questo che lo si vuole oscurare. Non solo fa luce sulla precarietà del lavoro, l’accrescimento delle disuguaglianze e l’insufficienza delle risorse poste a disposizione dei ceti più deboli, ma è una limpida presa di distanza dalla economia politica di Draghi, condotta sotto il segno dell’ineluttabilità dell’emergenza sanitaria e giustificata dall’approccio esaustivo di una scienza medica “ufficiale” dedicata ai sopravvissuti, anziché più compiutamente alla cura universale del vivente. Una cura da cui, come ripete Bergoglio – citato di sfuggita all’atto del suo insediamento dal Presidente del Consiglio – dipenderà sempre di più il futuro dell’intero Pianeta.

La scienza medica – quella, non dimentichiamolo, controllata da Big Pharma – ha praticamente sussunto ogni risorsa del Paese ed ha portato ad investire immense risorse pubbliche sui vaccini e per le case farmaceutiche, lasciando in ombra una linea volta ad una politica di investimenti delle risorse pubbliche degli Stati sulla sanità, sulla prevenzione sui trasporti, sulle scuole, sulla salute e la rigenerazione del Pianeta. Si è purtroppo tralasciato di investire su tutte quelle cose che all’inizio della pandemia si era detto di voler fare e che sono state messe in elenco di un Pnrr che ancora rimane pressoché sconosciuto, quando non funge da copertura di modelli superati, come nel caso delle centrali a turbogas disdegnate nei territori cui sarebbero destinate.

Così, anche la scienza, per definizione interdisciplinare e in fermento dialettico su obiettivi in continua verifica, con Draghi non ha messo a frutto le sue potenzialità su un arco vasto da poter spaziare sulle più insidiose emergenze che ci ritroveremo aggravate e sulle spalle dei ceti più deboli ed emarginati. La partecipazione dei cittadini, dei territori, delle istanze associative e istituzionali, dei sindacati è stata mortificata ed anche le scienze ne hanno sofferto in un isolamento sociale presidiato da specialisti. Non deve quindi stupire se il Nobel, Giorgio Parisi, abbia dedicato le sue prime parole di soddisfazione per il premio ricevuto non al successo delle sue formule, ma alle problematiche che l’avanzamento della conoscenza pone alla politica per il brusco cambiamento climatico in corso.

Lo sciopero in preparazione nei luoghi di lavoro che Landini e Bombardieri hanno sapientemente indetto, fa presente al Paese che il mondo del lavoro pretende, proprio quando la pandemia è in corso, uno sforzo di cambiamento strutturale nel sistema liberista – indiscusso vincitore al presente – ma nemico del risanamento climatico, della cura del Pianeta, della giustizia sociale.

Intanto che i nostri tg e i talk show inanellavano da mane a sera dati sui contagi, il nuovo governo tedesco raggiungeva un accordo definitivo sul superamento dell’energia nucleare e spingeva per traguardi ambiziosi sulle rinnovabili, mettendo in allarme i tessitori europei della nuova tassonomia verde da adottare per i fondi pubblici europei. La Spagna intanto spostava il suo potenziale elettrico su eolico e solare e nel Baltico si innalzavano pale da decine di MW ciascuna. In compenso, con i cittadini a far da spettatori in uno scenario desolante saturato dal “totoquirinale” e dalle previsioni per febbraio 2022 sull’ex guida della Bce, i nostri ministri, chiamati in causa sulla transizione energetica e sulla politica industriale, motteggiavano sul ritorno dell’atomo e facevano passare sotto silenzio la privatizzazione dell’acqua per decreto, registrando impotenti una pioggia di richieste di delocalizzazioni di imprese.

Energia, salute acqua, lavoro: quattro temi che non possono che essere al centro di uno sciopero generale provvidenziale. Si salderebbe così un debito tra lavoro e studenti e ambiente e si cancellerebbe un improvvido manifesto corporativo sottoscritto con Confindustria dai sindacati di categoria confederali degli elettrici ed esibito come un trofeo da Cingolani e Descalzi al palco di Atreju, la festa della Meloni. Nel documento congiunto Confindustria-Sindacati Elettrici confederali ci si spinge addirittura a chiedere di considerare accettabile il metano nella tassonomia verde Ue, intaccando così la credibilità al Green Deal e tirando un colpo mancino alle popolazioni che, come a Civitavecchia, riprogettano con esperti, imprese e ricercatori un apparato di produzione elettrica non fossile.

Il 15 dicembre pomeriggio verrà installata una tenda di fronte al Ministero della Transizione ecologica (Mite) per ricordare gli impegni imposti su acqua e nucleare dai referendum del 2011 e per contrastare il ricorso al gas fossile nei nuovi impianti energetici. C’è una continuità tra la tenda e l’astensione dal lavoro del giorno dopo: il conflitto e il dissenso rendono più forte la democrazia e meno soli i rappresentanti soprattutto quando gli interessi in campo travalicano le corporazioni e guardano alle nuove generazioni e al diritto all’ambiente ed al lavoro. Perfino tra Eni ed Enel al massimo livello si è aperta una diversa visione del ruolo delle partecipate pubbliche sul destino delle fonti fossili e rinnovabili. Perché mai non ne dovrebbero essere attivamente informati e partecipi i cittadini che pagano le tasse e le bollette?

E’ augurabile quindi che i cittadini, i lavoratori e le piazze mandino il segnale di una inversione – con particolare speranza e fiducia anche nei giovani attivisti che in questi ultimi anni hanno dato vita a grandi manifestazioni per nuove politiche orientate alla piena occupazione “verde”, in una società strutturalmente pacifica e più giusta.

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