È ancora una questione di donne al Torino Film Festival numero 39. Jane par Charlotte, documentario lucente, fotografico, mai nostalgico, dove l’attrice Charlotte Gainsbourg accenna un ritratto visivo di mamma Jane Birkin, continua una linea immaginaria di film al femminile con doppie protagoniste. Anita Ekberg e Monica Bellucci in The girl in the fountain. Le (ex) modelle attrici Almudena Amor e Vera Valdez nell’horror La Abuela, ed ora Jane e Charlotte. Charlotte e Jane. Una riflesso, prosecuzione, procreazione dell’altra, dentro la stessa inquadratura, di fianco, a ridosso. Monade familiare affettiva delicata che incanta nell’avvicinamento di otturatori, ottiche, marchingegni, macchine che utilizza Charlotte per riprendere, riprodurre, rimostrare Jane più come madre che come attrice o cantante.

Da Tokyo, tappa di un tour concertistico della Birkin, fino a New York (altra tappa concertistica), passando per la casa disordinatamente elegante di mamma sul mare e nell’antro mirabilia paterno (Serge Gainsbourg per i più distratti) a Parigi, le due donne rimangono praticamente sempre insieme in scena formando un cerchio immaginario della vita tra l’evocata assenza di Kate – probabilmente suicida nel 2013 – sorella di Charlotte, figlia di Jane; e Jo Attal, figlia piccola di Charlotte, nipote di Jane, che saltella bucolica tra le flessuose gambe di famiglia. Il tentativo della Gainsbourg di filmare mamma senza trucco, da vicinissimo, azzerando i materiali d’archivio, magari torcendosi con una macchina fotografica in mano, sbattendosi a ruotare manovelle, infilandosi in un’angolazione o traiettoria con grana super8, finendo o volendo finire in campo, è sia ricerca personale, intima ma anche cinema istintivo, cellulare, quasi tattile offerto allo spettatore. Quel corpo di Jane inavvicinabile, finanche sacro nella sua “bellezza”, nella sua storia artistica, diventa prossimo, sfiorabile, abbracciabile, attraverso una videocamera che funge definitivamente da specchio. E Jane, comunque, senza offesa alcuna, segnata sul serio dal tempo, si offre, si riavvicina, si manifesta in tutta la sua sostanza corporea e materna, dichiarandosi pure in questa sua volontà inespressa di poter vedere la figlia nuda ancora a 14 anni (“ti vedevo così bella, volevo chiederti come ti sentivi”) prima che poi quel corpo di figlia le sfuggisse come normale nello scorrere del tempo e della vita.

Gainsbourg in questo suo poetico magmatico approccio formale alla materia familiare fa come il paio all’aggraziato bric-a-brac casalingo materno, in quella casa sul mare dove gli oggetti si accumulano spesso senza volontà della donna. Bisogna catturare il presente, spiega la Birkin alla figlia, citando Agnes Varda con un rimando diretto a quel Jane B. par Agnes V. (1988) che la piccola Gainsbourg comunque non amò tantissimo. Jane par Charlotte quindi non è l’operetta nostalgica, generica, divistica, ma un vero e proprio sussulto dell’anima quando, nonostante tutto, nonostante l’esperienza, gli errori, i successi, l’amore, i figli, ti accorgi che mamma potrebbe sparire e la “vita senza te non può più esistere”. La sequenza finale, molto truffautiana, spiaggia, mare, cielo, è per un’attrice affermata e celebre come la Gainsbourg una confessione purissima di una sincerità quasi disarmante.

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