Ricordate questa estate, durante le Olimpiadi? Diversi giornali pubblicavano storie dell’atleta che parlava della sua omosessualità, che dedicava la medaglia alla propria compagna lesbica (come Lucilla Boari) o di cui si riportavano frammenti importanti della sua esistenza, come il caso di Laurel Hubbard, prima atleta transgender ai giochi di Tokyo.

I commenti a tutti questi articoli erano, in buona misura di apertura e di curiosità. È evidente che quando hai sentito parlare di omosessualità e transgenderismo come peccati o aberrazioni, realizzare che non ci troviamo di fronte a creature mostruose non solo è rassicurante, ma anche liberatorio. Ci libera, infatti, da una secolare coltre di preconcetti e odio sociale. Per questa ragione i coming out sono sempre qualcosa di positivo. Aiutano a demolire pregiudizi atavici.

Dall’altra parte abbiamo potuto leggere anche diversi commenti negativi, che puntavano su tre aspetti.
1. La presunta irrilevanza della notizia: molte persone hanno commentato dicendo che certe informazioni sono inutili e che conta solo la bravura dell’atleta.
2. Il benaltrismo: con tutte le cose importanti che accadono nel mondo, le notizie da dare sono ben altre.
3. La pervasività della narrazione Lgbt+: ormai non si parla d’altro, i media sono controllati dalla “lobby gay”!
Tutte queste posizioni hanno un denominatore comune: l’esigenza di ridurre al silenzio la comunità arcobaleno.

Recentemente, Fanpage ha pubblicato la notizia di Giulia Talia, una concorrente di Miss Italia che ha dichiarato di essere lesbica. Le reazioni sono state quelle già descritte. Eppure tali notizie servono a quotidianizzare una delle tante “normalità” dell’essere umano: quella per cui puoi provare attrazione o sentimenti verso persone del tuo stesso sesso.

Un aspetto importante che dal 1969 a oggi ha cambiato in meglio la qualità della vita della nostra comunità è la visibilità. Nel momento in cui abbiamo preso in mano la narrazione delle nostre vite, il “mondo là fuori” ha potuto capire che tutte le cose orribili dette contro di noi erano, in buona sostanza, delle bugie. Il coming out ha fatto in modo che quella visibilità si traducesse in collocazione: sempre più persone Lgbt+ si dichiarano in famiglia, nel luogo di lavoro, nei propri contesti affettivi privati. Ciò genera inclusione.

L’inclusione ha bisogno di una narrazione nuova. Non puoi includere se non nomini fenomeni e abitudini prima esclusi dalla prassi quotidiana. Ciò vale per tutte le diversità. Per questo motivo la Commissione Europea ha prodotto un documento ad uso e consumo delle persone che lavorano al suo interno che mira a rendere inclusiva la comunicazione. Regole semplici, che avrebbero capito già le mie classi delle elementari. Purtroppo per noi, certa stampa italiana, riportando la notizia, ha dato prova del solito analfabetismo di ritorno.

“Sarà vietato pronunciare il nome di Maria” si legge sulla stampa di destra. “Vogliono toglierci il Natale” gridano i leader dei partiti sovranisti. “Saranno aboliti i nomi cristiani” urlano dai social gli elettori della peggiore destra di sempre. E invece nulla di tutto questo. Semplicemente, invece di farsi gli auguri dicendo “buon Natale”, la commissione consigliava di dire “buone feste”. Invece di usare christian name solo di origine europea e occidentale, è preferibile allargare a nomi più internazionali. E per la precisione: christian name significa “nome di battesimo” e non nome cristiano, come ha riportato qualche giornalista scarsamente preparato in inglese.

La vecchia guardia bianca, eterosessuale, cattolica e di sesso maschile – e anche sessista e omofoba – non riesce a stare al passo con i tempi che avanzano. Tempi che hanno messo in moto un cambiamento che è irreversibile, nonostante i colpi di coda del conservatorismo “cacio e pepe” di casa nostra. E produce piagnistei parlando, sempre più a sproposito, di cancel culture, che esiste solo nella mente di chi ne agita il fantasma. Tale indignazione, tuttavia, è piuttosto selettiva.

In questi giorni, infatti, si parla del caso di Greta Beccaglia, la giornalista molestata durante una diretta tv. I commenti alla notizia, sui social, sono di costernazione: non si può più dire nulla, non si apprezzano i complimenti, non si colpevolizza una semplice goliardata. Una molestia sessuale ridotta a “nulla”, a simpatico scherzo o a forma di corteggiamento, insomma. E invece, a ben vedere, è solo una delle tante forme con cui certi maschi ostentano la loro eterosessualità.

Ma di fronte alla pervasività di questo atteggiamento, la vecchia guardia non grida allo scandalo. Lo fa passare per un modo come un altro di essere. Di essere “uomini”. Un modo come un altro che, questo sì, andrebbe cancellato. E su cui non c’è adeguata attenzione da chi si indigna per quelle iniziative che mirano a rendere migliore la vita altrui. Che si tratti di un coming out in diretta o di un documento che fa attenzione a parlare con tutte le diversità.

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