La dolorosissima vicenda di Giulia, che all’età di soli 17 anni è morta a causa di una anoressia restrittiva che l’ha portata a pesare 26 chilogrammi, è uno dei non infrequenti casi ad esito nefasto compresi in quell’estesa e vieppiù crescente ‘epidemia ‘ di disturbi del comportamento alimentare (dca) che ha conosciuto un incremento del 30% durante la pandemia.

I disturbi alimentari sono un fenomeno complesso che necessita di un azione multidisciplinare, risultando tra le prime cause di morte nel mondo adolescenziale. Se da un lato serve potenziare la rete di prevenzione, sostegno e cura nel territorio, un’attenzione altrettanto rigorosa deve essere riservata al concetto di educazione e diffusione degli strumenti utili a riconoscerne i segnali di insorgenza, sia nel corpo medico che tra i nuclei familiari.

Da cosa possiamo evincere che una cultura del riconoscimento precoce dei sintomi, e dunque della prevenzione su questo tema, è ancora carente? I media, non tutti in verità, hanno utilizzato il tragico caso di Giulia per dare fiato ad uno dei luoghi più comuni e mal interpretati sui dca: ci si ammala per assomigliare alle modelle. Così è stata presentata la vicenda della ragazza, con vari (e giusti) appelli alle icone della moda e dello spettacolo affinché rinuncino ad inculcare ideali di bellezza scarnificata. I dca sono in realtà una patologia multiforme, innestata su diagnosi differenziali differenti tra loro che convergono nell’innalzamento di quel muro che porta chi ne è affetto a divenire puro corpo che fa a meno della parola. I dca originano da questioni profonde, e cercano in modelli socialmente riconosciuti e accettati una porta d’ingresso per manifestare all’altro il proprio malessere. Ciò significa che una anoressia restrittiva, capace di portare sino alle estreme conseguenze il desiderio di chiudere ogni rapporto col mondo esterno senza possibilità di dialettica alcuna, individua nel copro magro magnificato dalla moda e dai media un canale di espressione di un tormento antecedente, vestendolo di un involucro socialmente riconosciuto e rinforzato. Dunque i modelli di magrezza estrema non sono la causa dei disturbi alimentari, quanto un rinforzo sociale di un malessere pregresso e sedimentato nell’animo del paziente.

Un’opera di sensibilizzazione e di formazione ha tra i suoi obiettivi quello di rivolgersi ai corpi sociali proprio per fornire, per quanto possibile, gli strumenti per riconoscere le prime avvisaglie di un disagio interrato nell’animo che può sfociare in un corpo eccessivamente magro, mantenuto tale a prezzo di sforzi fisici e diete devastanti.

Il mio lavoro mi porta a toccare città e periferie di città quali Modena, Bologna e Reggio Emilia, oltre ad attività oltralpe. Dovendo fare un rendiconto dello stato della psiche umana nel dopo pandemia, tocco con mano un dato incontrovertibile: la difficoltà crescente dei miei collaboratori, e mia, di fare fronte ad una richiesta smisurata di sostegno da parte di famiglie che hanno visto il manifestarsi dei dca nei loro figli, patologia che ha sopravanzato le altre forme di disagio clinico da sempre trattate.

“M. non dava segni di squilibrio. Sì, era attenta al suo copro, andava in palestra, ma come dopo questi mesi è irriconoscibile. Ha iniziato a restare attaccata a quei dannati video di Youtube dove soggetti poco credibili le propinavano esercizi sfiancanti al fine di ‘rimettersi in forma’. Non ce ne siamo accorti, ma lei è lentamente scivolata a pesare 42 kg”.

“Nostra figlia ha iniziato a mangiare più del dovuto. Non abbiamo dato importanza a questo aumento di peso. Solo alla fine del lockdown ci ha confessato di fare abbuffate notturne di dolci e patatine da circa sei mesi. Noi non ci siamo resi conto di questo se non alla fine”.

“Noi eravamo contenti che il nostro ragazzo continuasse a tenersi in forma in questo periodo terribile. Abbiamo acquistato un set per l’allenamento casalingo: pesi, bilanciere, tapis roulant. Lui è sempre andato in palestra. Solo quella mattina abbiamo capito che qualcosa non andava più: non scendeva dalla mansarda se non dopo aver fatto tre ore di esercizi. Ci ha confessato di non poterne più fare a meno. Ha quasi lasciato gli studi per dedicarsi alla costruzione del corpo. Ce lo ha detto in lacrime”.

“Mia moglie si collegava costantemente con questo sito che suggerisce diete sul proprio canale. All’inizio non pareva nulla di strano. Poi, dopo tre mesi, mi ha confessato di vomitare ogni giorno e di comprare lassativi online”.

È necessario dunque cogliere l’allarme che proviene dalla popolazione, ascoltare e dare parola al disagio di famiglie che mancano dei minimi strumenti per riconoscere queste subdole patologie, andare incontro all’impasse di medici di famiglia che, per loro stessa ammissione, hanno una formazione approssimativa su queste patologie perché non adeguatamente edotti a tempo universitario. Fornire altresì agli insegnanti quelle nozioni che li mettano in grado di garantire un ascolto qualificato a quegli allevi che solitamente confidano in classe quel dramma che in famiglia non trovano la forza di portare in parola. Per questo serve fare formazione. Servono programmi estesi di prevenzione che possano permettere di identificare un dca nel momento della sua insorgenza, dando la possibilità ai professionisti di agire quando ancora vi sono margini di intervento e la situazione non è precipitata.

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