La nuova PAC (Politica agricola comune), approvata dal Parlamento Ue dopo anni di negoziazioni, ha finalmente mostrato il suo volto, scatenando la protesta di ambientalisti, animalisti e piccoli produttori, e raccogliendo invece l’applauso delle grandi lobby e delle multinazionali dell’agroalimentare.

Attenzione, quando parliamo di PAC parliamo di un terzo del bilancio Ue, che equivale a 387 miliardi di euro, non proprio spiccioli. Denari che dovevano servire per affrontare la più grande sfida del nostro secolo, quella di contrastare i cambiamenti climatici, smantellando uno status quo in agricoltura fatto di coltivazioni e allevamenti intensivi, pesticidi e chimica asfissiante, azzeramento della biodiversità e dominio dell’agroindustria.

Il fasullo entusiasmo di chi ha sostenuto questo accordo, mentre si professa ambientalista, è la materiale rappresentazione dei blablabla di Greta Thunberg. Le parole che vanno in una direzione e la realtà in un’altra.

L’accordo è stato supportato dai parlamentari di estrema destra, dai gruppi conservatori, popolari e liberali, da una parte dei socialisti (han votato contro socialisti tedeschi e belgi), guidati dalle delegazioni italiana e spagnola. In particolare, i paladini italiani della nuova scintillante PAC sono stati Forza Italia, Pd (esclusi tre ribelli che si sono astenuti: Majorino, Bartolo e Smeriglio), M5S (esclusa Laura Ferrara, astenuta), Lega e Fratelli d’Italia. Come gruppo, solo noi del gruppo dei Verdi/ALE (compresi i quattro italiani, ossia io, D’Amato, Pedicini ed Evi) e la sinistra abbiamo votato contro.

Questa riforma della PAC rappresenta una grande occasione persa, che avvantaggia i grandi inquinatori dell’agricoltura e non riduce in alcun modo l’impatto dell’agricoltura industriale, sia sull’ambiente che sulla salute. Anzi, è una PAC che mantiene l’impostazione precedente e la prolunga per i prossimi – decisivi – sette anni. Una impostazione che ha ampiamente dimostrato di poter distruggere piccoli agricoltori, biodiversità ed ecosistemi. Nell’era della grande sfida ai cambiamenti climatici, è uno schiaffo all’umanità. Ecco di seguito, dunque, i motivi per cui ci siamo opposti fermamente a questo accordo:

1) La nuova PAC si pone in netto contrasto con gli obiettivi della Strategia “Farm to Fork”, che prevede una riduzione del 50% di pesticidi, 50% di antibiotici e 20% di fertilizzanti entro il 2030, nonché un aumento della superficie destinata all’agricoltura biologica fino al 25%.

2) La Commissione Ambiente del Parlamento aveva votato per togliere i sussidi agli allevamenti intensivi e aumentare i finanziamenti per le “misure ambientali”. La plenaria del parlamento, invece, ha rifiutato queste proposte e ha deciso di destinare alle pratiche agronomiche verdi solo il 20% degli aiuti diretti della PAC: una miseria. Come voler spegnere un incendio con un secchiello d’acqua. Gli “eco-schemi” nella nuova PAC saranno in percentuale inferiore al 30%, come previsto nell’attuale PAC. Anche le cosiddette “condizionalità”, che proteggono l’ambiente dalle pratiche impattanti, sono state pesantemente annacquate.

3) La PAC distribuisce la gran parte dei finanziamenti alle aziende più grandi e agli allevamenti intensivi, senza tutelare abbastanza la natura. Nel Rapporto di giugno 2021, la Corte dei conti europea aveva denunciato il fallimento della PAC nell’obiettivo di ridurre l’impatto dell’agricoltura in termini di emissioni di gas serra, nonostante i 100 miliardi di euro stanziati per combattere il cambiamento climatico. E per di più, nel novembre 2018, la Corte dei conti aveva fortemente criticato la proposta di riforma della PAC, perché intendeva continuare ad erogare i sussidi in base all’estensione della superficie coltivata, scelta considerata incompatibile con il rispetto dell’ambiente.

4) Si preoccupa più della spesa che degli effetti positivi. Il “sistema di performance” per valutare i risultati non è altro che un inutile esercizio contabile che serve solo a verificare che la spesa prevista corrisponda alla spesa effettiva. L’efficacia e l’impatto non saranno esaminati fino almeno al 2027. Il nuovo modello “basato sui risultati” è sicuramente un inizio, ma non basta. Gli indicatori non sono completi. Per esempio la produzione integrata che utilizza alternative ai pesticidi non è misurata.

5) Le piccole imprese sono schiacciate. Il testo finale è insufficiente nei riguardi delle piccole e medie imprese. Occorreva riorientare gli aiuti pubblici della PAC per farne una leva centrale del Green Deal, per esempio destinando il 50% del budget (eco-regimi) alla protezione degli ecosistemi da cui dipende l’esistenza dell’agricoltura. L’altra metà del bilancio (pagamenti diretti) doveva essere dedicata a un aiuto equo agli agricoltori. Oggi infatti le più grandi industrie agricole (20%) si accaparrano l’80% degli aiuti.

6) Scarsi controlli. In tutto ciò, c’è un tasso di controllo straordinariamente debole: solo l’1% delle aziende agricole è soggetto a controlli, mentre il sistema sanzionatorio rimane invariato. Inoltre, la maggiore flessibilità per gli Stati membri nell’applicazione della PAC, senza salvaguardie rispetto alle leggi dell’Ue esistenti e agli impegni internazionali, né alcun controllo di compatibilità con il Green Deal, mantiene molto basse le ambizioni ambientali e può addirittura produrre risultati anche peggiori di quanto non sia oggi.

7) Ha smantellato le migliori proposte su vino e pesticidi. Il mandato del Parlamento (votato nell’aprile 2019) sul cosiddetto pilastro “OCM”, che riguarda le regole del mercato, conteneva diversi elementi positivi sulle misure di monitoraggio e gestione del mercato, maggiore trasparenza nell’uso del denaro pubblico durante le crisi agricole, contratti agricoli e applicazione di norme uguali ai prodotti importati. Ciò che rimane di tale ambizione sono dichiarazioni d’intenti, come per i livelli di pesticidi nelle importazioni o l’uso dello zucchero, affidate alle mani delle aziende private.

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