Equità e profitti, decessi e miliardi nell’epoca della pandemia.

Secondo Tax Justice Network (Tjn) ogni secondo le casse pubbliche di tutti i Paesi del mondo perdono in entrate fiscali una cifra che basterebbe a vaccinare mille persone. Tjn calcola che con questa cifra sarebbe possibile completare tre cicli di vaccinazione anti-Covid per l’intera popolazione del pianeta e che tale somma equivarrebbe al 10% del budget destinato dai paesi ricchi alla sanità pubblica.

Una ricerca realizzata da Emergency e da Oxfam evidenzia come i vaccini a mRNA possano essere prodotti con un costo che potrebbe variare da 1,18 dollari a 2,85 dollari/dose; i governi avrebbero pagato da 4 a 24 volte questo prezzo. Per l’acquisto dei vaccini l’Italia avrebbe potuto risparmiare 4,1 miliardi e l’Ue 31 miliardi di euro, mentre Pfizer, BioNtech e Moderna stanno guadagnando dalla vendita dei vaccini circa 1.000 dollari al secondo.

In questo contesto la decisione di far pagare una tassa minima globale del 15% sui profitti delle multinazionali, presentata come un successo, è un insulto verso qualunque cittadino del nostro Paese (e non solo) che subisce ogni anno un prelievo fiscale sul proprio stipendio di ben altra entità.

The Guardian riferisce che il 97% dei fondi necessari per produrre il vaccino AstraZeneca sono arrivati da istituzioni pubbliche o da fondazioni; inoltre, i governi europei hanno versato miliardi di euro sia come sostegno alla ricerca che come pre-acquisto garantito alle aziende produttrici del vaccino, riducendo al minimo il rischio d’impresa. Eppure, i brevetti sono rimasti in mano a Big Pharma.

Brevetti sui vaccini: tra pochi giorni la decisione definitiva

L’Ue, l’UK e la Svizzera sono i Paesi che da tredici mesi continuano ad opporsi alla proposta di una moratoria di tre anni per i brevetti sui vaccini, sui kit diagnostici e alla socializzazione del know-how; proposta avanzata nel lontano ottobre 2020 da India e Sudafrica con il sostegno di oltre cento nazioni, condivisa da oltre cento premi Nobel ed ex capi di Stato, da centinaia di ong, dall’Oms e invocata più volte da papa Francesco.

La proposta sarà finalmente discussa nella prossima riunione interministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, OMC-WTO che si svolgerà dal 30 novembre al 3 dicembre; appuntamento che dovrebbe essere definitivo per decidere se accettare o rifiutare la moratoria.

Le nazioni che sostengono gli interessi delle multinazionali farmaceutiche sono tra quelle che favoriscono varie forme di evasione fiscale legalizzata attraverso legislazioni di comodo e bassa tassazione spesso tutelate da impenetrabili segreti bancari: UK; Svizzera, Lussemburgo, Olanda, Irlanda…

L’Ue ha costruito una centrale unica per acquistare per i 27 Paesi i vaccini, ma non ha mai voluto costruire un unico sistema fiscale europeo; parla di lotta alle mafie, ma accoglie al suo interno paradisi fiscali; pretende di insegnare al mondo il rispetto dei diritti umani, ma impedisce ad oltre metà dell’umanità di accedere ai vaccini condannando a morte milioni di persone.

Ma nemmeno noi possiamo ritenerci al sicuro. Se in intere zone del pianeta i vaccini e i farmaci non saranno disponibili, il virus continuerà a diffondersi, si svilupperanno delle varianti più aggressive che arriveranno anche in Europa e noi non sappiamo quale grado di efficacia avranno i vaccini dei quali, in quel momento, noi disporremmo.

“L’appetito vien mangiando”

La Commissione Europea non potrebbe sostenere la sua posizione di chiusura verso la moratoria se non avesse l’appoggio dei principali Paesi europei, Germania, Francia e Italia prima di tutto (la Spagna, insieme al Belgio, ha assunto una posizione di maggior disponibilità). Di fronte ad un tema come questo, dove la posta in gioco sono milioni di vite umane è legittimo chiedere ai nostri governanti che “il vostro parlare sia sì, sì; no, no” (Vangelo di Matteo 5,17-37) ed invece sentiamo quotidianamente esponenti del governo proclamare davanti a telecamere e taccuini la necessità che i vaccini siano disponibili in tutto il mondo, salvo poi ribadire negli ambiti istituzionali, lontani dai media, l’opposizione alla moratoria dei brevetti. Una scelta che, per le conseguenze che può provocare (varianti virali), mostra un grave disinteresse anche verso i propri concittadini.

“L’appetito vien mangiando” recita un antico proverbio che trova una tragica conferma nel comportamento di AstraZeneca che, ritenendo concluso il periodo pandemico e essendo, a loro parere, entrati nella fase endemica, non si ritiene più vincolata a contenere i prezzi che, già dai prossimi mesi, aumenteranno considerevolmente; Pfizer l’aveva già annunciato in un incontro con i rappresentanti dei fondi finanziari loro partner: appena si entrerà nella fase endemica il costo del vaccino Pfizer potrà aumentare anche di otto/nove volte.

“La mafia uccide, il silenzio pure”

Potremmo attualizzare la tragica ma vera affermazione di Peppino Impastato con queste parole: “Il virus uccide, il silenzio pure”. In Europa è attiva da un anno la campagna “Nessun profitto sulla pandemia. Diritto alla cura” che, se riuscirà a raccogliere un milione di firme, potrà obbligare la Commissione Europea a rivedere la propria posizione. Ma in tutto questo tempo la stragrande maggioranza dei media mainstream (con le solite importanti eccezioni) non ha dedicato un minuto a parlare della possibile moratoria sui brevetti dei vaccini. Non avviene così in altri Paesi europei.

Sorge spontanea una domanda: quanto immenso è il potere di Big Pharma in Italia per ridurre al silenzio gran parte dei giornalisti di punta della carta stampata e delle televisioni?

Tassare gli extra profitti

Tax Justice Network propone l’introduzione di una tassa sugli extra profitti delle multinazionali generati dalla pandemia e dai lockdown e questo prelievo non riguarderebbe solo il settore della farmaceutica legato al Covid, ma andrebbe esteso a tutte le aziende, Amazon ecc, e a mio parere, anche a quei miliardari che dalla situazione pandemica hanno guadagnato cifre impressionanti come testimonia, ad esempio, uno studio realizzato dall’Institute for Policy Studies (Ips): solo nei primi dieci mesi della pandemia il patrimonio netto dei 647 miliardari degli Stati Uniti è cresciuto di quasi 960 miliardi di dollari dall’inizio della crisi sanitaria.

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