di Ilaria Giabbani e Anna Frattaruolo, Youth Ambassadors One in Italia

Nonostante abbiamo a disposizione vaccini sicuri ed efficaci, tra gennaio e settembre 2021 le vittime della pandemia sono state più del doppio rispetto a tutto il 2020: al diffondersi del virus nel mondo non è corrisposto il diffondersi del vaccino ovunque. La salute è una questione globale e non riconoscerlo è il primo passo verso il fallimento.

A più di 18 mesi dall’inizio della pandemia di Covid-19, la mancanza di un’azione globale da parte dei leader mondiali continua a permettere che il virus circoli indisturbato nei paesi che hanno meno risorse a disposizione per combatterlo, mettendo a rischio i progressi fatti fino ad ora. Nella prima fase della pandemia di Covid-19, “il ritardo e la frammentazione della risposta hanno fatto dilagare questo virus”, ha sottolineato il professor Stefano Vella, medico infettivologo ed ex presidente dell’Agenzia Italiana del Farmaco e dell’International Aids Society (durante l’incontro Pandemia di Covid-19: immunizzazione globale e nazionalismo di vaccini organizzata da noi volontarie di One in occasione del Festival Dello Sviluppo Sostenibile 2021.

Osservando l’avanzamento della pandemia, è evidente come gli interessi nazionali continuino a prevalere, permettendo che una parte del mondo continui ad essere dimenticata. Meno del 2% delle somministrazioni di vaccino a livello globale sono avvenute nei paesi a basso reddito, dove spesso non ci sono abbastanza dosi nemmeno per immunizzare il personale sanitario e gli individui più vulnerabili.

Nonostante la direttrice del Fondo Monetario Internazionale Kristalina Georgieva abbia affermato “vaccine policy is economic policy” (la politica dei vaccini è politica economica), il mancato accesso ai vaccini nei paesi a basso reddito potrebbe far perdere all’economia globale 9.2 trilioni di dollari, o più del 7% del Gdp globale pre-pandemico, come sollevato da uno studio recente dell’International Chamber of Commerce Research Foundation.

Questa risposta incredibilmente iniqua è sia immorale che illogica. L’impegno nella direzione di una risposta globale alla pandemia non è “carità”: alla luce dei dati e dei fatti, occorre superare la retorica della donazione e riconoscere che l’unica soluzione è un intervento strutturale globale che permetta anche ai paesi a basso reddito di dotarsi degli strumenti per combattere il virus e, di conseguenza, di diventare parte attiva in questa lotta comune.

Ma forse stiamo iniziando a girare l’angolo ed avere dei primi passi verso una risposta globale, con alcuni leader mondiali che si impegnano a raggiungere l’obiettivo di vaccinare il 70% della popolazione in tutti i paesi entro la metà del 2022.

Il successo richiederà un massiccio cambio di passo nel modo in cui i governi stanno combattendo il Covid-19 e il ruolo del G20 a guida italiana rappresenta un’occasione unica per rimuovere le barriere che ostacolano l’immunizzazione globale. Dobbiamo trasformare 18 mesi di fallimento in 18 mesi di lezioni. Chiediamo all’Italia e al resto dei paesi del G20 di:

1) Impegnarsi nella condivisione di dosi di vaccino in eccesso, distribuendo velocemente le dosi già promesse e pubblicandone un calendario per la condivisione entro il primo dicembre 2021.

2) Eliminare le barriere sull’offerta, garantendo una maggiore fornitura e produzione di vaccini e permettendo a tutti i paesi e agli organismi internazionali come l’Unione Africana di acquistare i propri vaccini in modo equo.

3) Garantire una piena trasparenza dei contratti con le case farmaceutiche, in modo tale che vengano resi pubblici in tempo reale dati sul volume di vaccini prodotti, la loro destinazione, le capacità di produzione delle case farmaceutiche e i potenziali requisiti della catena del freddo.

4) Finanziare pienamente iniziative come l’Access to Covid Tools-Accelerator, fondamentale strumento di cooperazione per la salute globale che permette l’accesso equo alla diagnostica, trattamenti e vaccini anti-Covid-19, e fronteggia un deficit di finanziamento di 16,6 miliardi di dollari per il 2021.

5) Ridistribuire almeno 100 miliardi di dollari della recente assegnazione di diritti speciali di prelievo (Dsp) entro quest’anno, per supportare i paesi a basso reddito a rispondere alla pandemia e a riprendersi dalle sue conseguenze economiche.

“Il G20 non è il mondo e questo il G20 lo deve capire”, ci ha ricordato il professor Vella. Il G20 non è il mondo, ma racchiudendo le più grandi potenze economiche del globo il mondo lo può influenzare, in positivo o in negativo. E questo non è solo un privilegio, ma anche una responsabilità. Grazie alle campagne di vaccinazione, molti paesi del G20 si affacciano a una fase di convivenza con il virus e ripresa delle attività economiche e sociali. Questo non significa che possiamo dimenticare che il virus continua a diffondersi nel resto del mondo e che comporta gravi rischi per ognuno di noi.

Noi attiviste non lo dimentichiamo e non dimenticheremo la necessità di agire uniti. Abbiamo una serie di contromisure a disposizione per combattere il virus, è imperdonabile non utilizzare tutti gli strumenti a nostra disposizione per fermare contagi e morti. Siamo davanti a una crisi sempre più artificiale, guidata da due pesi e due misure, che non solo ha prolungato la durata della pandemia, aumentando sia la tragedia umana che i costi finanziari, ma sta mettendo a repentaglio il nostro presente e futuro, che sarà sempre di più polarizzato.

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