La Corte di assise di appello ha deciso, a sorpresa, di rinviare di oltre un anno il processo di secondo grado all’ex Nar Gilberto Cavallini, condannato all’ergastolo per concorso nella strage di Bologna. Un pesantissima battuta d’arresto sul processo contro i mandanti della strage della P2. Tutto sarebbe dovuto iniziare il prossimo 12 gennaio, ma il presidente della prima sezione dell’assise ha notificato alle parti che non c’è fretta: infatti, la prima udienza dell’appello si terrà il 19 aprile 2023. Concluso in primo grado il 9 gennaio 2020, il processo a Cavallini era già arrivato con clamoroso ritardo, perché il «contributo agevolatore minimale dell’ospitalità» offerta da Cavallini a Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, già condannati definitivamente insieme a Luigi Ciavardini, era «di immediata percezione anche al profano. Ben 38 anni fa», si legge nelle motivazioni della sentenza; quest’ultime, a loro volta, furono rese note con oltre duemila pagine dal presidente della corte Michele Leoni con un ritardo piuttosto irrituale – un anno. Ora il nuovo rinvio.

La posizione di Cavallini è delicata, lui è più del quarto uomo della strage: killer di Mario Amato e Francesco Straullo – il pm e il poliziotto stavano conducendo indagini profondissime sulla destra e i suoi rapporti con i servizi segreti – legato a Fachini, Signorelli, Maggi, Soffiati, godeva di coperture in Argentina e in Bolivia, aveva conti protetti in Svizzera, l’ex terrorista dei Nar era soprattutto il trade union con Ordine nuovo, l’agenzia dello stragismo. Cavallini è l’anello che rende leggibile l’azione di Mambro e Fioravanti in un contesto di eversione nera e di piani di azioni contro lo Stato democratico: aveva a portata di mano, nella sua agenda, i numeri telefonici di uomini dell’intelligence istituzionale o occulta (l’Anello): del resto, tutto il variegato panorama del terrorismo di destra, Tuti, Concutelli, Delle Chiaie, Graziani, Massagrande, i vari capi di Ordine Nuovo e di Avanguardia Nazionale, Fachini, nonché Fiore e Adinolfi, tutti erano compromessi con i Servizi e con altri poteri dello Stato, e i Nar (Cavallini compreso) non facevano eccezione.

“Ci hanno fatto aspettare 40 anni per processarci, adesso un altro anno e mezzo per fare il processo di appello. E’ una decisione allo stato incomprensibile e inaccettabile”, ha detto subito all’Ansa l’avvocato di Cavallini, Alessandro Pellegrini, così come si sono letteralmente rivoltate le parti civili che hanno presentato una istanza formale per chiedere di annullare la decisione e di rimodulare il calendario. La Corte non ha motivato la scelta. Nell’ambiente della Procura generale e tra gli avvocati si è insinuato subito il dubbio che lo spostamento sia stato disposto nell’ottica di unificare il processo contro Cavallini a quello (eventuale) contro Paolo Bellini attualmente in corso proprio sulla base dell’indagine della Procura generale falsinea. Se fosse così, sarebbe una ipoteca pesante sul futuro esito giudiziario: l’unificazione degli atti richiede tempo e rischia di prolungare sine die un processo che avrebbe dovuto tenersi tempo fa. Tanto che il presidente dell’Associazione delle vittime Paolo Bolognesi ha protestato: “Unificare i processi d’appello di Gilberto Cavallini e Paolo Bellini va contro la verità. Secondo me le casualità, in questi processi, non esistono, anche se, in punta di diritto, un’unificazione sarebbe possibile, secondo me significherebbe affossare definitivamente la verità sul 2 agosto, i due processi non si possono mettere insieme: sarebbe tutto da rifare, e nel 2040 saremmo ancora lì a discutere del processo sulla strage”. Interpellato da Ilfattoquotidiano.it, Giuliano Turone, ex magistrato molto attivo nella divulgazione delle trame piduiste con il suo Italia Occulta (Chiarelettere), ha detto che “l’ipotesi che un processo di secondo grado possa essere rinviato per celebrarlo insieme ad un altro di cui è in corso ancora il primo grado, come si è supposto in questo caso, non corrisponde a nessuna previsione normativa. La decisione della Corte, dunque, non può essere dovuta a questo tipo di calcolo: la legge non stabilisce, non può stabilire, in anticipo l’opportunità di unificare i processi”. E allora perché questa scelta? “Questo deve spiegarcelo la Corte, deve al Paese una spiegazione”.

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