Chi afferma che siamo un paese libero dice una grande s***. La libertà (e comunque sul termine e le sue conseguenze ci sarebbe molto da dire, ma non è questa la sede), come abitualmente si intende in un paese democratico, dovrebbe essere valutata anche se non soprattutto, in rapporto alla libertà di pensiero, di espressione, e quindi anche di stampa. E la libertà di stampa a sua volta non si valuta solo in base al fatto che un giornalista, o un blogger, riceva delle minacce, sia diffamato, o, peggio, sia messo in catene o eliminato fisicamente.

Personalmente, in quanto attivista No Tav, io questa libertà l’ho conosciuta specie da quando mi sono impegnato anche come legale all’interno del pool in difesa degli attivisti. E ho potuto leggere con questi occhi e sentire con queste orecchie l’allineamento di tutti i media sul fronte a noi opposto: tutti favorevoli all’opera, salvo le lodevoli eccezioni, fra i giornali, di questo su cui scrivo e de Il Manifesto. Per il resto, un fronte compatto in difesa dell’opera inutile, i cui lavori il potere politico aveva affidato senza gara d’appalto ai soliti noti come tutte le tratte No Tav precedenti: bizzarro vero? Quindi un fronte compatto di politica, economia, informazione. “È il sistema, bellezza!”, e guai alle voci che si ribellavano.

Ricorderò sempre quando ci fu l’assalto notturno, il 6 dicembre 2005, dei poliziotti a Venaus, con un bel po’ di gente manganellata durante il sonno, e lì dormiva anche un cronista di un noto quotidiano. Questo, finito l’assalto, si fiondò in redazione e scrisse un articolo dal titolo che suonava all’incirca così “Le forze dell’ordine assaltano e picchiano gli occupanti durante la notte”. Il pezzo uscì con il titolo “Scontri notturni fra manifestanti e polizia”. Credetemi, sembrava di vivere un incubo.

Nessuna delle nostre ragioni aveva diritto di accesso sui media, nonostante che il popolo No Tav avesse ragione da vendere, ad esempio e non solo circa le previsioni di traffico artatamente gonfiate per giustificare l’opera. Chiaro che in questi anni una popolazione come quella valsusina si sia incazzata, si può comprendere, anche se non giustificare, il fatto che ci siano stati degli eccessi di violenza, ma la manifestazione del dissenso è stata in grande maggioranza pacifica e razionale. Ciononostante, negli anni il popolo No Tav si è dovuto scontrare anche contro il tentativo della magistratura di far passare il teorema che si trattasse di atti terroristici: era la criminalizzazione del movimento. Ci volle una sentenza della Cassazione per smontarlo.

Suona perciò perlomeno singolare che il direttore del quotidiano La Repubblica, Maurizio Molinari – in una trasmissione tra l’altro di largo seguito come quella di Lucia Annunziata Mezz’ora in più – si sia lasciato andare ad una affermazione addirittura confliggente con gli atti giudiziari. Testualmente: “I No Tav sono un’organizzazione violenta, quanto resta del terrorismo italiano anni 70.

Ora, se è chiaro che la magistratura può impunemente affermare che i No Tav sono terroristi, salvo poi essere smentita al suo stesso interno, un cittadino qualunque non può utilizzare un media (un media tra l’altro che lui dirige) per affermare ciò. Vi sono gli estremi della diffamazione. Per questo motivo stamani il popolo No Tav si è riunito davanti al Palazzo di Giustizia di Torino per manifestare e poi depositare atto di querela nei confronti di Maurizio Molinari. Ho ritrovato così tante facce note, tanti compagni di cammino, e ci siamo detti che siamo tutti invecchiati: normale, sono decine di anni che ci battiamo contro l’ingiustizia.

Ma e qui mi riaggancio a quanto affermavo nell’incipit: Molinari ha sì espresso una sua opinione, ma guarda caso egli è stato direttore della Stampa ed oggi lo è di Repubblica, i due quotidiani che con più accanimento si sono schierati a favore dell’opera e poi a favore di quei quattro gatti di Sì Tav. A sentire Molinari il pensiero corre ad una antica casa discografica, una delle prime: si chiamava “La voce del padrone”.

Concludo con un augurio al direttore di Repubblica: di non trovarsi un giorno ad abitare in un luogo in cui vogliono realizzare un’opera cosiddetta “di pubblica utilità” e che invece lui sa per certo essere inutile e servire solo a foraggiare la solita, vecchia economia.

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