Il sogno sarebbe questo: all’ultima curva tutti i piloti dovrebbero rallentare e disporsi su due ali, attenderlo e dare gas per rendergli omaggio. Valentino Rossi vince impennando sulla linea del suo ultimo traguardo. Svegliamoci, perché sarebbe un’eccezione troppo grande anche per un campione come Valentino.

Precoce, è esploso alla fine degli anni ’90 con i titoli mondiali in 125 (1996) e 250 (1999) con l’Aprilia, era un ragazzino. Il terzo millennio è iniziato sotto la sua stella, ogni anno più brillante, sia su Honda che in Yamaha. Dal 2000 al 2009 si contano sette titoli, uno nella vecchia classe 500 e sei in Moto Gp, la consacrazione nella fase della maturità sportiva.

Valentino Rossi e il suo numero 46 erano sinonimo di talento e successo incontrastato. Lo sarà ancora ma il decennio successivo, quello che arriva all’ultimo capitolo della carriera, a Valencia, è soggetto a varie interpretazioni, spesso tendenti a sbiadire la sua stella. Su tutte metterei l’eccessiva lunghezza di questa fase calante, le ultime due stagioni, ad esempio, sono state le peggiori in termini di prestazioni, piazzamenti e punti di tutte le 26 vissute in sella. Un viatico che, secondo me, ha appannato anche il ricordo dell’ultimo podio, il terzo posto nel Gran Premio motociclistico di Andalusia 2020 che fu anche l’unico in tutta la stagione scorsa. Per ritrovare la sua ruota davanti a tutti bisogna tornare indietro ancora un bel po’, al Gran Premio motociclistico d’Olanda 2017.

La caccia alle cifre tonde vissute come una condanna? E non parliamo di cifre economiche, perché quelle sono sempre state rotondissime, ma parliamo di record personali da ritoccare. Il decimo mondiale sfumato ha lasciato degli strascichi insanabili.

Divenuto irraggiungibile il titolo assoluto, vista anche una concorrenza fenomenale, ha puntato al podio numero 200 in MotoGp, al momento invano per 27 volte. Che il sogno si realizzi in parte, seppur modificato al ribasso? Dipende dai colleghi che battaglieranno per il successo finale, da una certa sensibilità e dall’orgoglio personale. Rendere omaggio è un esercizio difficile soprattutto se hai i numeri per superare anche quelli di Rossi o il sacro fuoco degli anni giovanili che ti rendono inconcepibile il concetto di concedere. Sarebbe un’eccezione eccezionale, come la precocità e la longevità di un campionissimo italiano che nel mezzo di questi 26 anni ha dato tutto, ci ha dato tutto.

Ci ha stupiti, fatto sorridere, gioire, sentire imbattibili, fragili, disperati, rabbiosi, rassegnati. E infine eccolo il filo conduttore di tutto questo, più di un podio, di una vittoria, di un mondiale, anzi di tutti e nove. In primavera Valentino diventa papà, si riparte!

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