Due condanne, due patteggiamenti e dodici rinvii a giudizio. Sono le richieste formulate dal procuratore aggiunto di Maurizio Carbone per le 16 persone coinvolte nel terzo filone di indagine sulla tangentopoli nella Marina Militare. Il pubblico ministero che ha coordinato la maxi inchiesta della Guardia di Finanza di Taranto ha chiesto la condanna a 6 anni per il tenente di vascello Vincenzo Attolino e a 5 anni per il capitano di fregata Sergio Zampella, gli unici due imputati ad aver scelto il rito abbreviato. Due imprenditori hanno invece ottenuto il via libera della Procura per il patteggiamento dopo le collaborazioni offerte nel corso di precedenti procedimenti. Per tutti gli altri imputati, tra i quali militari e imprenditori, il pm Carbone ha chiesto il rinvio a giudizio.

L’accusa è quella di aver pagato tangenti per vincere gli appalti di forniture e servizi. Una sorta di pizzo, come l’ha definito la magistratura ionica, pari al 10% del valore degli appalti. Servizi di pulizia, la gestione delle mense, le forniture di materiale igienico/sanitario e persino i kit per il controllo dei flussi migratori utilizzati dai militari durante la missione Mare Nostrum: secondo quanto scoperto dai finanzieri nessuna gara sfuggiva all’imposizione delle mazzette avanzate dagli ufficiali. La sentenza per quest’ulteriore filone di indagine dovrebbe arrivare il prossimo 15 dicembre e aggiungersi a quelle che finora hanno descritto la tangentopoli nella base navale.

L’inchiesta madre si è conclusa l’8 settembre 2020, quando il tribunale ha emesso la sentenza di primo grado che ha condannato a 10 anni di reclusione Giovanni Di Guardo, l’ex capitano di Vascello e comandante di Maricommi Taranto riconosciuto come il capo di una associazione a delinquere che per oltre un anno ha pilotato gli appalti della Marina militare nella base di Taranto. Oltre a quella per l’alto ufficiale, sono state inflitte altre 8 condanne nei confronti di uomini e donne che componevano una sorta di cerchio magico. Di Guardo era stato individuato dallo Stato Maggiore come l’uomo che, dopo il primo scandalo tarantino, avrebbe dovuto rimettere ordine e restituire prestigio alla forza armata che, invece, è diventata nuovo elemento di grande imbarazzo per i militari. In una delle ultime udienze aveva chiesto scusa per il suo operato: “Voglio chiedere scusa alla Marina Militare – aveva detto in aula il 26 novembre 2019 – per i miei comportamenti. Porterò il peso dei miei errori per tutta la vita”. Gli inquirenti avevano scoperto un giro d’affari da oltre 5 milioni di euro che in soli 12 mesi aveva generato tangenti per centinaia di migliaia di euro. Contanti, ma anche regali di ogni tipo: gioielli, vestiti di alta moda, cene, auto a noleggio. Gli imprenditori esaudivano ogni tipo di desiderio per ingraziarsi il nuovo comandante che aveva di fatto la facoltà di scegliere le imprese vincitrici degli appalti. Qualcuno pagava la villa, le utenze, i viaggi: persino lo shopping sfrenato della sua compagna Elena Corina Boicea era a carico degli imprenditori.

L’inchiesta aveva portato alla luce quello che i magistrati avevano definito un vero e proprio “sistema criminale” delle tangenti alla Direzione di Commissariato della Marina a Taranto, “una sorta di grande ‘Matrix’ delle tangenti” che aveva continuato a funzionare nonostante negli anni precedenti altri ufficiali e imprenditori fossero finiti in carcere per il giro di bustarelle. Il “sistema del 10%”, come era stato ribattezzato, però non si era fermato: gli imprenditori che si aggiudicavano un appalto dovevano continuare versare una tangente pari al 10% dell’importo. Di Guardo aveva solo ristretto il cerchio a pochi intimi. La sentenza è stata appellata dalla difesa e ora è in corso il processo di secondo grado.

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