“Avevamo un terreno nella zona delle concerie di Arzignano. Alla fine abbiamo deciso di lasciare e cercare un posto dove non fossero mai stati usati prodotti chimici. Dopo varie ricerche, siamo arrivati quassù”. La mia visita a Cascina Bandiera si apre ricordando il servizio di Presa Diretta di qualche giorno prima, sull’inquinamento delle concerie e sull’industria delle calzature, i grandi marchi di moda, le ricadute. Avevo assaggiato un vino della Cascina a due degustazioni di Porthos e a Live Wine di Milano, mi aveva stupito e impressionato e da tempo volevo venire a vedere da dove arriva.

Lina Rigo e il marito Andrea Ferratini, entrambi architetti di Milano, mi accolgono al termine di una strada messa non proprio bene, che da San Sebastiano Curone, nella zona di Tortona, sale su fino a qui, a circa 400 metri di altitudine. La casa, mi dicono, era una vecchia torre da cui si avvisava Milano dell’arrivo delle navi a Genova, con un sistema di telefono senza fili di bandiere in cui la prima sventolava all’attracco, la seconda vedeva e avvisava, sventolando, la terza, e così via; Milano veniva messa al corrente in circa 40 minuti e i commercianti partivano a ritirare la merce. Da qui il nome, Cascina Bandiera.

È stata la morte del cavallo per cancro a convincere definitivamente la coppia a vendere la casa in Veneto e mettersi a cercare “una situazione agricola a circa un’ora di distanza da Milano, dove coltivare come volevamo noi, creando biodiversità senza prodotti chimici”. Ormai sono trent’anni che fanno vino, da neanche due ettari di vigneto: Sansebastiano, Pinot Nero e Timorasso. Utilizzano molti corroboranti come ortica equiseto, forsizia, salice, estratto di castagno “per rinforzare il legno delle piante”, corno letame “soltanto quando serve”, oltre agli inevitabili zolfo e rame, “poco: il biologico ne consente quattro chilogrammi per ettaro, noi siamo a 800 grammi su quasi due ettari”.

È il Sansebastiano quella bottiglia famosa che mi ha più volte stupito; è uno Chardonnay, vitigno scelto dopo aver analizzato i terreni, più adatti ai bianchi, e un clima dalle forti escursioni, adatto a varietà da maturazione precoce. Ma Lina preferisce non parlare troppo del vitigno, dice che parla molto di più il terreno. Effettivamente è molto particolare, unico; non sarei venuta fin qui così incuriosita, se non lo fosse stato.

Spostandoci tra la cantina e la casa per pranzo assaggiamo più annate. La 2020 è la prima, precisa, dritta ma profonda, nel senso che non finisce e senti che quella precisione non è unica, sono strati di precisione, di mela, di agrumi, di camomilla, di pietra focaia, di minerale, per chi accetta il termine. La 2015 è definita anomala: “Ci dicevano che i nostri vini erano troppo seri – dice Andrea – e abbiamo provato a farne uno più leggero”. Ha un po’ di anidride (frizzantino) perché imbottigliato subito e non è perfettamente limpido; ma è molto complesso. “Ci piace trascinare dentro i passanti che non sono nel settore e vedere le reazioni; effettivamente il 2015 è molto apprezzato, anche se io prediligo le versioni austere”.

Seguono la 2016, annata classica, dal colore più intenso dovuto a due giorni di macerazione, non troppo amata qui in Cascina, e subito dopo la botta, la 2014, potentissima. È la preferita di Andrea, mentre Lina predilige la 2013, più elegante; secondo Andrea un po’ troppo: “Sembra la prima della classe!”. La 2013 è perfetta, più delicata, piena di fiori, arancia, albicocca, buccia di pesca, senza perdere la nota di pietra focaia, bagnata o minerale o come vogliamo chiamarla. La 2014 è più aggressiva, mantiene la complessità del 2013 ma pietra, idrocarburo e marzapane sono predominanti. Ultimo regalo la 2006, una 2013 più vecchia, con tutte le sue note ma più spostate sui terziari (gli aromi dell’invecchiamento, come tartufo, marzapane).

Tutti i vini sono molto lontani da qualsiasi Chardonnay mai assaggiato, nessuno vede legno, solforosa minima, tanta pazienza nella sedimentazione dicono sia la chiave.

“Non amiamo la pubblicità, non trovi molto su di noi – mi dice Lina a pranzo – ci fa piacere che la gente venga qui a capire come lavoriamo. Quanto è faticoso fare le cose per bene, serve tanta pazienza”. Percepisco tanta serenità in questa casa, mi confermano che molta tranquillità è dipesa dal fatto di avere altri lavori. L’equilibrio tra ricerca di unicità e bellezza e sostentamento è sempre affare complicato. Nel frattempo, sul tavolo abbiamo quei vini buonissimi. Cercati, pensati e voluti qui e così. Non mi pare poco. E non mi pare solo vino.

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