Dopo aver revocato lo stato d’emergenza, instaurato nel lontano aprile 2017 dopo le bombe nelle chiese copte, la politica egiziana si appresta ad approvare tre leggi per puntellare la sicurezza. Più potere ai militari, giro di vite sul fronte del terrorismo e rafforzamento della censura nei confronti dell’informazione. Sono questi i cardini dei disegni di legge presentati alla Camera il 23 ottobre scorso e approvati pochi giorni fa. Dietro a tutto questo c’è la figura del presidente Abdel Fattah al-Sisi, abile a confondere le acque, convincere alcuni scettici e soprattutto a fornire false speranze circa un presunto cambio di rotta sui temi delle libertà e dei diritti umani.

In attesa di nazionalizzare tutte le risorse e le infrastrutture, uno scenario ovviamente non immaginabile, al-Sisi ha di fatto consegnato nelle mani degli organi militari egiziani la gestione delle reti del suo Paese. Con la prossima ratifica della legge sulla ‘Protezione delle strutture pubbliche’ il controllo di strade, ponti, giacimenti petroliferi, gasdotti, stazioni, reti ferroviarie, centrali elettriche e via discorrendo sarà appannaggio degli apparati di cui un tempo lo stesso al-Sisi ha fatto parte. Chiunque dovesse danneggiare o oltrepassare determinati limiti territoriali finirà nelle maglie dei tribunali militari. Così al-Sisi ha pensato di scongiurare attacchi terroristici o dimostrativi ai siti sensibili del Paese. Questa legge faceva parte del pacchetto di norme previste dallo stato di emergenza interrotto una settimana fa e vedeva l’assunzione di responsabilità per la salvaguardia dei siti agli organi militari appunto in collaborazione con le forze di polizia. Ora la misura a tempo diventa legge dello Stato.

Anche le altre misure sembrano una sorta di copia e incolla dello stato di emergenza, con la differenza che certi provvedimenti adesso diventano legge. Il presidente della Repubblica avrà la facoltà di ordinare il coprifuoco quando lo riterrà opportuno e al tempo stesso potrà disporre l’evacuazione di intere aree urbane, un dejà vu durante gli ultimi anni. Si ricordano in tal senso le manifestazioni di protesta in alcuni quartieri della capitale innescate dalla volontà del governo di abbattere aree residenziali per fare spazio a nuove strutture edilizie, reti stradali e, in un caso, allargare il sito archeologico di Giza. Con questa norma al-Sisi avrà il controllo totale degli umori del popolo, potendo prevenire sul nascere qualsiasi ondata di dissenso. Chi, infatti, dovesse decidere di infrangere le misure fissate per legge, violando il coprifuoco ad esempio, rischia una pena detentiva da 3 a 15 anni e sanzioni amministrative salatissime, fino a 5.500 euro. Multe destinate a sfiorare i 20mila euro per chi dovesse essere sorpreso a riprendere o registrare sedute processuali durante sessioni legate a fatti di terrorismo. E qui si finisce con il toccare inevitabilmente la sfera del diritto all’informazione, bloccando sul nascere le inchieste giornalistiche e mettendo il bavaglio alla comunicazione ostile al regime.

L’ultima norma di legge approvata dalla Camera prevede la modifica dell’articolo 80 bis del codice penale egiziano che riguarda la rivelazione di segreti di Stato a favore di Paesi stranieri, specie in materia di segreto militare. L’unico punto interrogativo legato ai nuovi disegni di legge riguarda i tempi di approvazione, assolutamente un dettaglio in un Parlamento blindato dalle forze pro-Sisi. Sorge spontaneo il dubbio sulle reali intenzioni del potere egiziano di cambiare rotta verso una pacificazione dei rapporti interni. Intellettuali, politici e membri delle organizzazioni per la difesa dei diritti umani si stanno interrogando su questa pulsione al cambiamento, effettivamente in corso per alcuni e, al contrario, fumo negli occhi per altri. Tra i primi si registra l’ex oppositore del regime e leader del movimento politico Riforme e Sviluppo (15 seggi in Parlamento), Mohamed Anwar al-Sadat, intervistato da Ilfattoquotidiano.it pochi giorni fa e convinto del nuovo corso da parte della leadership egiziana.

Al-Sadat non è solo, ma sono molti gli scettici. Tra loro Mona Seif, sorella dell’attivista Alaa Abdel Fattah, in cella da oltre due anni per le solite accuse di terrorismo. Ecco cos’ha scritto lunedì sulla sua pagina Facebook: “Se vogliamo credere che in Egitto ci sia un orientamento diverso da parte del governo dovreste aprire gli occhi e vedere la realtà di quello che succede nelle carceri, in Parlamento e nella vita di tutti i familiari dei detenuti. Qualsiasi altra cosa è solo inchiostro su carta e non serve”. A proposito di Alaa Abdel Fattah, il processo a lui e altri due attivisti è stato rimandato a lunedì prossimo, 8 novembre. Da segnalare che assieme a lui è alla sbarra il blogger Mohamed Oxigen. Alcuni mesi fa, come scritto all’epoca da Ilfattoquotidiano.it, il giovane ha tentato il suicidio in cella e l’altro giorno i familiari sono riusciti a vederlo in aula per la prima volta dopo 19 mesi dall’ultimo incontro. Alla sbarra oggi anche Hossam Baghat, leader di Eipr, una delle ong egiziane più attive sul fronte dei diritti umani (con cui per anni ha collaborato Patrick Zaki). La sentenza verrà pronunciata il 29 novembre: “Baghat è accusato di aver offeso un’istituzione statale, la commissione elettorale, durante le Parlamentari del 2020 e rischia fino a 3 anni di carcere. Massima solidarietà” ha twittato Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International Italia.

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