Accade che parole coniate con un significato vengano “rubate” da chi attribuisce loro altri significati. Nei dizionari, ecosistema significa: In ecologia, unità funzionale formata dall’insieme degli organismi viventi e delle sostanze non viventi (necessarie alla sopravvivenza dei primi), in un’area delimitata (per es., un lago, uno stagno, un prato, un bosco, ecc.).

Oggi, però, alla parola sono attribuiti i significati più diversi. Come avviene nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, dove troviamo: “ecosistema naturale e culturale”, “ecosistema di servizi”, “ecosistema tecnologico”, “ecosistema di imprese”, “ecosistema turistico”, “ecosistema di innovazione”, “ecosistema delle competenze”, “ecosistema di prodotti”. Nella maggior parte dei casi la parola non viene usata col suo significato originale e unico, riportato nei dizionari. Se cercate “ecosistemi” il furto si ripete, con l’aggiunta di “ecosistemi di telemedicina”.

Dato che il Pnrr in gran parte è dedicato alla transizione ecologica, dare così tanti significati ad una parola di derivazione ecologica “logora” la parola stessa. Persone di formazione differente pensano a cose differenti, pronunciandola.

Lo stesso vale per “sostenibilità“: per un economista mainstream non ha lo stesso significato che le dà un ecologo. Chi parla di investimenti sostenibili si riferisce alla sostenibilità economica, anche se un intervento ecologicamente insostenibile alla fine è insostenibile anche economicamente, visto che i danni al capitale naturale hanno ricadute negative sull’economia. Non per niente stiamo programmando la transizione ecologica, in cui gli ecosistemi sono molto importanti, assieme alla biodiversità.

Per la biodiversità non ci sono equivoci, per fortuna, e la parola mantiene il suo significato originario: la diversità dei viventi a livello di geni, specie e habitat all’interno di ecosistemi.

Però ci sono equivoci per la tassonomia, la scienza che classifica la biodiversità all’interno di un sistema che ne rispecchi l’evoluzione. Per far questo assegna ogni entità biologica a diverse categorie tassonomiche: specie, genere, famiglia, ordine, classe, phylum e regno. Noi apparteniamo al genere Homo e siamo la specie sapiens. Il nome della nostra specie è Homo sapiens. Il genere si scrive maiuscolo e la specie minuscolo, ed entrambi vanno in corsivo. Inorridisco quando vedo Sapiens… Il nome di una specie deve comprendere anche il genere. Noi siamo Homo sapiens, non Sapiens!

Ma torniamo al furto di parole. La Commissione Europea ora parla di Tassonomia Europea. Finalmente, mi dico, hanno capito l’importanza della tassonomia: dato che la biodiversità è trasversale a tutte le iniziative del Green Deal (lo dicono le linee guida), la tassonomia è cruciale. E invece no. La Tassonomia di cui parlano classifica gli strumenti finanziari… La tassonomia dell’Unione Europea è un sistema di classificazione a base scientifica che dovrà diventare il riferimento globale per definire se un’attività economica può essere considerata sostenibile da un punto di vista ambientale.

La classificazione delle specie (la base della biodiversità) non c’entra, se non di straforo. Per essere sostenibile da un punto di vista ambientale, infatti, un’attività economica non deve alterare la biodiversità e per capire se questo obiettivo viene realizzato ci vogliono specialisti in grado di classificare le specie: gli specialisti di tassonomia. Solo che ora la parola sta acquisendo altri significati e si sta, quindi, logorando anche lei, proprio come “ecosistema”.

Mi direte: che ce ne facciamo oramai dei tassonomi che danno il nome alle specie? Risposta: se conoscessimo tutte le specie, sarebbero inutili. Ma abbiamo dato il nome a due milioni di specie e si stima che la biodiversità sia fatta di almeno otto milioni di specie. Il funzionamento degli ecosistemi si basa su organismi piccoli e ancora poco conosciuti.

Facendo le debite proporzioni, non è molto che abbiamo capito che il nostro metabolismo dipende da popolazioni batteriche che abitano il nostro intestino, senza le quali non possiamo assimilare il cibo che mangiamo. Si tratta di specie molto piccole, ma molto importanti. Lo stesso avviene a scala planetaria: specie minuscole, apparentemente insignificanti, giocano ruoli rilevanti nel funzionamento degli ecosistemi. Se compromettiamo l’integrità delle loro popolazioni, gli ecosistemi funzionano in modi differenti, e magari i cambiamenti generano condizioni a noi sfavorevoli. Tipo l’insorgere di pandemie causate da minuscoli virus. Gestire i nostri comportamenti in modo da non compromettere la biodiversità e gli ecosistemi richiede profonda conoscenza di queste componenti essenziali del mondo che ci ospita.

Ho denunciato in tanti interventi come gli investimenti tesi a migliorare la conoscenza di biodiversità ed ecosistemi siano irrisori, nonostante tutti ne riconoscano l’importanza a parole. Queste parole “rubate” costituiscono una sorta di “lavaggio ecologico” delle dichiarazioni, in cui si pronunciano termini che potrebbero avere un significato, mentre se ne intende un altro: un complesso ecosistema semantico, dovuto a un’aumentata biodiversità di significati. Ugo Tognazzi direbbe: una supercazzola.

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