La sostenibilità ecologica viene prima della sostenibilità economica e sociale: il capitale umano e il capitale economico non possono prosperare se distruggiamo il capitale naturale. Il nostro benessere dipende dalla natura, e dobbiamo adattare l’economia e la società alle sue regole: pensare che la natura si adatti a noi è un’aspettativa destinata a schiantarsi contro la realtà.

Per gli economisti mainstream questa considerazione è una bestemmia: pensano che sia impossibile vivere bene smantellando gli attuali sistemi economici. Inutile spiegare che gli attuali sistemi economici stanno cedendo per le conseguenze ambientali che essi stessi determinano, e che il Green Deal e la transizione ecologica sono la presa d’atto che debbano essere cambiati.

L’accusa è di volere la decrescita (in)felice. E si porta la recessione come esempio di decrescita. Come se le crisi che affliggono i nostri sistemi di produzione e consumo non fossero causate dalle regole imposte dai sistemi stessi, che propongono la crescita infinita del capitale economico senza tener conto dei costi economici della distruzione del capitale naturale che determinano. La decrescita del capitale naturale è la più infelice delle decrescite.

Esistono due principali modelli che spiegano cosa limiti la crescita delle popolazioni e dei loro consumi. Il modello di Lotka-Volterra descrive le fluttuazioni di prede e predatori. Noi potremmo essere il predatore e la preda è il resto della natura. La popolazione di dimensioni ridotte di un predatore inizia ad attingere da una preda abbondante (il Giardino dell’Eden), e la disponibilità di risorse permette la sua crescita attraverso intensi processi riproduttivi (andate e moltiplicatevi). L’aumento della popolazione del predatore ha un impatto sulla preda che, a seguito del consumo crescente, inizia a diminuire. Quando il predatore raggiunge livelli numerici elevati, fa collassare la preda: il picco di abbondanza del predatore corrisponde al picco negativo della preda, che diventa sempre più rara. La diminuzione delle prede, dovuta al consumo troppo intenso, porta a una contrazione della popolazione del predatore, che andrà incontro a un picco negativo. La diminuzione del predatore darà nuove possibilità di ripresa alla preda, che inizierà ad aumentare. I picchi di abbondanza e rarità di predatore e preda si inseguono, sfasati nel tempo. Oggi la nostra specie è il predatore di maggiore successo, e la preda (la natura) è in cattive condizioni.

L’altro modello è quello logistico, e riguarda singole specie. All’inizio la popolazione è di piccole dimensioni e ha la possibilità di crescere. Arrivata a una dimensione ottimale, in equilibrio con la disponibilità di risorse, la popolazione rimane stabile, ha raggiunto la capacità portante: il numero massimo di individui di una specie che l’ecosistema è in grado di sostenere. Lo sviluppo è completo e la crescita si arresta.

I due modelli, in natura, coesistono. In nessun modello la popolazione (e il suo consumo) crescono all’infinito. Anche se questa è l’aspettativa degli economisti mainstream. Nella nostra specie, inoltre, gli individui non consumano in modo uniforme. Alcuni consumano moltissime risorse naturali (e noi siamo tra quelli) mentre altri ne consumano molto meno. Indipendentemente dal numero di umani (ora non voglio parlare di demografia, l’ho fatto in un altro post), è ovvio che il consumo, e quindi l’economia, non può crescere all’infinito.

E cosa si aspetta, invece, la nostra economia? La crescita! Tutti predicano la crescita del capitale economico, e dei consumi (prima di tutto energetici). Pensare di consumare meno è una bestemmia. Significherebbe la decrescita, la recessione. Per chi predica la crescita infinita non è pensabile parlare di “equilibrio” (sarebbe stagnazione dei mercati). E quindi eccoci alle crisi ricorrenti del capitalismo (e anche del comunismo), secondo il modello di Lotka-Volterra. La crescita fa parte del gioco della natura, ma ci sono limiti.

O impostiamo il nostro vivere secondo il modello che vede l’equilibrio tra economia e natura, oppure andremo incontro alle crisi ricorrenti predette dal modello di Lotka e Volterra. La nostra specie ha continuato ad aumentare perché abbiamo sempre espanso le “aree di colonizzazione e sfruttamento”, ma con la globalizzazione siamo arrivati al limite della tollerabilità del nostro impatto. L’economia globalizzata ha come risultato il cambiamento globale. Fa parte del gioco della natura: la specie che cresce troppo altera i sistemi che la sostengono e li rende ostili, erodendo risorse per lei vitali, lasciando spazio per altre specie, adattate alle nuove condizioni.

La storia della vita sul pianeta ha visto diverse estinzioni di massa, le maggiori sono cinque. Ma questo non ha portato alla scomparsa dei sistemi naturali. Altre specie si sono evolute, occupando lo spazio lasciato libero dalle specie estinte a causa del loro stesso successo o per catastrofi tipo l’impatto di asteroidi.

Il new green deal e la transizione ecologica dovrebbero spingerci verso un modello che vede l’equilibrio tra noi e il resto della natura. Se non cambieremo, prevarrà il modello di Lotka e Volterra. Ma forse gli economisti troveranno un modo per crescere all’infinito. Anche se le probabilità che ci riescano sono talmente scarse che non credo valga la pena di prenderle in considerazione. E invece…

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