Il voto che al Senato ha affossato il ddl Zan è la prova generale per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica? Quello che da mesi è solo un retroscena comincia ad acquisire una qualche solidità. E non solo perché la “tagliola” sulla legge contro l’omotransfobia è passata grazie ad alcuni fondamentali franchi tiratori presenti nel centrosinistra. Voti espressi con lo scrutinio segreto, arrivati in aiuto del centrodestra, che ha ritrovato una nuova compattezza dopo settimane di profonde lacerazioni intestine. Ecco perché l’esito di Palazzo Madama ha fatto tornare d’attualità l’asse che si era creato prima dell’estate tra i due Matteo, Renzi e Salvini. Già a giugno il leader di Italia viva evocava il rischio di affossamento per il ddl Zan, votato alla Camera insieme al Pd e ai 5 stelle, tendendo di fatto la mano al capo della Lega. Per i maligni rappresentava una strategia: giocare di sponda con la destra, in modo da essere decisivo nella futura maggioranza parlamentare che avrebbe dovuto eleggere il nuovo capo dello Stato.

Le “conferme” di Bersani e La Russa – Un gioco che adesso viene implicitamente confermato dalle dichiarazioni di due politici di lungo corso e di opposta militanza. “Sul ddl Zan oggi al Senato un colpo molto grave ai diritti e temo una prova generale per il quarto scrutinio per il Quirinale. È tempo che il campo progressista prenda piena coscienza della situazione”, ha scritto su Twitter Pier Luigi Bersani, uno che i giochini di Renzi sul Colle li ha pagati in prima persona: i famosi 101 franchi tiratori che nel 2013 affossarono l’elezione di Romano Prodi costarono infatti la segreteria del Pd all’attuale leader di Leu. Ma che il voto per eleggere il successore di Sergio Mattarella viene evocato da Ignazio La Russa, che esulta per lo stop all’esame della norma: “La sinistra deve sapere che c’è una nuova maggioranza in Parlamento. Ne tenga conto anche in vista dell’elezione del Capo dello Stato“. Praticamente un’ammissione: il voto che ha affossato il ddl Zan, dunque, non sono frutto del caso. E si potrebbe riproporre tra circa tre mesi. La domanda è: chi sono questi franchi tiratori che dopo la norma sull’omotransfobia sono pronti a votare con la destra anche il capo dello Stato?

I franchi tiratori che hanno affossato il ddl Zan – I renziani, ovviamente, negano di avere votato con Lega e Fratelli d’Italia. Teresa Bellanova prova addirittura a ricacciare i sospetti nel campo dei dem e dei 5 stelle: “Nonostante il voto compatto di Italia Viva, 23 franchi tiratori tra Pd, Leu e M5S, affossano il ddl Zan”. Renzi, che proprio oggi non era a Palazzo Madama perché è volato in Arabia Saudita, interpellato dalle agenzie si limita a dire: “Guardate i numeri“. Poi fa sapere di aver commentato così con i suoi l’esito di Palazzo Madama: “Per mesi ho chiesto di trovare un accordo per evitare di far fallire il ddl Zan. Hanno voluto lo scontro e queste sono le conseguenze. Chi polemizza sulle assenze dovrebbe fare i conti con i 40 franchi tiratori. Non importava conoscere la politica, bastava conoscere l’aritmetica”. L’aritmetica dice che dai 145-149 voti, preventivati dal centrosinistra contro la “tagliola” del ddl Zan, si è scesi a 131: quindi i franchi tiratori sono tra i 14 e i 18. Il 14 luglio scorso la richiesta di sospendere l’esame della norma fu bocciata con lo scarto di un solo voto (136 contro 135). Oggi invece a votare per affossare il ddl sono stati 154 senatori, cioè 19 in più rispetto a luglio, quando però in aula si registravano meno delle 288 presenze di oggi. A Palazzo Madama erano presenti 12 dei 16 senatori di Italia viva, 62 dei 64 della Lega, 46 (su 49) di Forza Italia. Nel Pd mancavano 2 senatori su 38, lo stesso numero era assente nel gruppo da 74 del M5s. Tutti presenti, infine, gli esponenti di Fratelli d’Italia.

La partita del Colle – La geografia del voto di oggi è importante perché, nonostante il voto segreto, suggerisce quello che potrà verificarsi tre mesi. Per l’elezione del tredicesimo presidente della Repubblica i grandi elettori saranno 1.009: 630 deputati, 321 senatori, 58 delegati regionali. Il quorum per eleggere il capo dello Stato al quarto scrutinio è fissato a 505 voti, che scendono a 503 dato che per prassi i presidenti di Camera e Senato non votano. In una situazione frammentaria come quella attuale un ruolo fondamentale lo giocheranno i tre delegati nominati da 19 Regioni, più quello inviato a Roma dalla Val d’Aosta. Visto che il centrodestra governa in 14 Regioni (più la provincia autonoma di Trento), esprimerà un numero compreso tra 34 e 42 delegati. In Parlamento, invece, la coalizione composta da Lega (196), Forza Italia (129), Fratelli d’Italia (56), Coraggio Italia (29) e Idea-Cambiamo (7) parte da almeno 417 voti, che possono diventare anche 440 pescando tra i vari componenti del gruppo Misto. Sommati ai delegati vuol dire che il centrodestra ha almeno 455 voti sicuri, che possono crescere fino a 482. Italia viva può contare tra 45 tra senatori e deputati: l’asse dei due Matteo, quindi, parte da 500 voti – a un soffio dalla soglia magica di 505 – e può arrivare a 527, ben oltre il quorum. Con questo schema i renziani sarebbero l’ago della bilancia. Un ruolo decisivo solo se giocato in tandem col centrodestra, visto che sull’altra sponda l’asse M5s-Pd-Leu non sembra potere andare al momento oltre i 412 voti, compresi i delegati regionali. Molto ovviamente dipende da cosa deciderà di fare il principale partito in Parlamento, cioè il Movimento 5 stelle: proporrà un nome? Cercherà una sintesi con il Pd? D’altra parte il partito di Enrico Letta è quello che in assoluto ha più candidati alla successione di Mattarella: Dario Franceschini, Walter Veltroni, David Sassoli, Paolo Gentiloni. Sono tutti ex alleati di Renzi, ai quali l’ex premier sarebbe ben felice di sbarrare la strada del Colle. Ecco perché il leader del piccolo partito d’Italia viva guarda al suo omonimo della Lega per il dopo Mattarella. A questo punto ai due Matteo manca solo una cosa: un nome da spingere al Quirinale.

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