L’appuntamento col boia era previsto il 20 ottobre, ma è stato annullato all’ultimo minuto. Era già successo il 16 e il 13 ottobre e, prima, nel giugno di quest’anno e nel luglio 2020. Dalla cella condivisa all’isolamento, poi di nuovo in cella, ancora in isolamento e così via.

L’esecuzione di Arman Abdolali, condannato a morte in Iran per un omicidio che avrebbe commesso a 17 anni d’età, è ora prevista dopodomani, mercoledì 26 ottobre.

Abdolali è stato condannato a morte nel dicembre 2015 al termine di un processo irregolare basato su confessioni estorte sotto tortura. Secondo il verdetto del tribunale, nel 2014 l’imputato avrebbe ucciso la fidanzata facendone sparire il corpo, dimostrando in questo modo di avere la “maturità mentale” per comprendere la natura e le conseguenze del reato commesso.

La sentenza è stata confermata dalla Corte suprema nel luglio 2016 non tenendo conto del fatto, pur emerso nei processi di primo e secondo grado, che Abdolali era stato tenuto in isolamento per 76 giorni e ripetutamente picchiato affinché firmasse una “confessione”.

Poi, nel febbraio 2020, la Corte suprema è tornata sui suoi passi ordinando un nuovo processo, conclusosi con una seconda condanna a morte. Il tribunale ha ammesso che, essendo trascorsi tanti anni, non era possibile stabilire la “maturità mentale” di Abdolali ma che, in assenza di prove del contrario, questa doveva essere data per assodata.

L’Iran è uno dei pochi paesi al mondo che continua ad applicare la pena di morte nei confronti dei rei minorenni. Il Patto internazionale sui diritti civili e politici e la Convenzione sui diritti dell’infanzia, di cui la Repubblica islamica iraniana è firmataria, vietano l’uso della pena di morte per reati commessi da una persona di età inferiore ai 18 anni. Ma oltre ad Abdolali, nei bracci della morte dell’Iran ci sono altre 80 persone nella sua situazione.

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