Il piano che era fallito appena un mese fa, conclusosi con 40 arresti all’interno dell’esercito, è stato portato a compimento oggi: colpo di Stato in Sudan, dove alcuni militari legati al generale Abdel Fattah al-Burhan hanno assediato l’abitazione del primo ministro Abdalla Hamdok, dichiarandolo agli arresti domiciliari. Il ministero dell’Informazione ha emesso una nota in cui, senza parlare di golpe, conferma che “membri civili del Consiglio sovrano di transizione e un certo numero di ministri del governo di transizione sono stati arrestati da forze militari congiunte”, e ha precisato che gli arrestati sono stati condotti in un luogo non precisato. “L’accesso alle telecomunicazioni è stato limitato – fa sapere al-Jazeera da Khartum – quindi è molto difficile ottenere informazioni su cosa stia succedendo”. Intanto l’ufficio del primo ministro ha invitato i manifestanti a scendere in piazza: “Chiediamo al popolo sudanese di protestare usando tutti i mezzi pacifici possibili per riprendersi la rivoluzione dai ladri”, ha scritto l’ufficio di Hamdok in una nota. Intanto, però, al-Burhan ha dichiarato lo stato d’emergenza e imposto il coprifuoco nel Paese, oltre a sciogliere il governo, pur assicurando che “l’esercito assicurerà il passaggio democratico fino all’attribuzione del potere a un governo eletto”.

Un appello che rischia di finire nel sangue, dato che le forze armate hanno sparato contro manifestanti che rifiutavano il colpo di Stato militare a Khartum: l’esercito ha usato “munizioni vere” contro i contestatori fuori dal quartier generale dell’esercito nel centro di Khartum, al quale l’accesso è impedito da blocchi di cemento e militari da diversi giorni, provocando almeno 2 vittime e 80 feriti, secondo al-Jazeera.

Non ci sono al momento rivendicazioni dell’operazione, ma secondo alcune fonti ad aver preso il controllo sono militari fedeli al generale Burhan, in un momento delicatissimo della transizione del Paese diviso in due fazioni dopo la cacciata dell’ex presidente Omar al-Bashir. Di recente i gruppi pro-democrazia avevano messo in guardia da un possibile colpo di mano dopo che le forze di sicurezza avevano disperso con i lacrimogeni una manifestazione di filomilitari che chiedeva lo scioglimento del governo di transizione. I manifestanti avevano bloccato per breve tempo le strade e i ponti principali di Khartum, isolando l’area centrale dai quartieri settentrionali.

Internet è bloccato in tutto il Paese e le strade principali e i ponti di accesso alla capitale sono stati chiusi, ha riferito il ministero dell’informazione. Decine di manifestanti hanno dato fuoco a pneumatici di auto durante raduni formatisi in strada per protestare contro gli arresti, ha constatato un corrispondente dell’Afp. La televisione di Stato ha iniziato a trasmettere canti patriottici. La Sudanese Professionals Association, un gruppo di sindacati che ha avuto un ruolo primario nella guida delle proteste contro il regime del presidente-autocrate Omar al Bashir del 2019, ha denunciato un “golpe militare” e ha esortato i manifestanti a “resistere strenuamente”.

“Condanno il colpo di stato militare in corso in Sudan. Il primo ministro Abdalla Hamdok e tutti gli altri funzionari devono essere rilasciati immediatamente“, ha detto il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. In un messaggio su Twitter ha sottolineato che “deve esserci il pieno rispetto della Carta costituzionale per proteggere la transizione politica faticosamente conquistata”, assicurando che le Nazioni Unite “continueranno a stare dalla parte del popolo del Sudan”. Gli Stati Uniti, invece, si sono detti “profondamente allarmati” dalle notizie sul colpo di Stato in Sudan e “chiedono l’immediato rilascio del primo ministro e delle altre persone che sono state arrestate”, ha detto un portavoce della Casa Bianca. “Le azioni di oggi sono in duro contrasto con la volontà del popolo sudanese e le sue aspirazioni di pace, libertà e giustizia”, ha sottolineato il portavoce, aggiungendo che “gli Stati Uniti continuano a sostenere fortemente la domanda del popolo sudanese per una transizione democratica”.

Il Sudan sta attraversando una transizione segnata da divisioni politiche e lotte di potere dopo la cacciata di Bashir nell’aprile 2019. Dall’agosto di quell’anno, il Paese è guidato da un’amministrazione civile-militare incaricata di sovrintendere alla transizione verso un governo del tutto formato da civili. Ma il principale blocco civile – le Forze per la libertà e il cambiamento (Ffc) – che ha guidato le proteste anti-Bashir nel 2019 si è frammentato in due fazioni.

La scorsa settimana decine di migliaia di sudanesi avevano sfilato in diverse città per sostenere il pieno trasferimento del potere ai civili e per contrastare un sit-in rivale allestito da giorni davanti al palazzo presidenziale di Khartoum chiedendo il ritorno al “governo militare”. Il premier Hamdok in precedenza aveva descritto le divisioni nel governo di transizione come la “crisi peggiore e più pericolosa” che deve affrontare la transizione.

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