Per Giuseppe Conte e il M5s è (tornato) il momento di marcare l’identità del Movimento, far sentire di più e meglio la propria presenza dentro il governo e sulla scena politica, di sottolineare le differenze con le altre forze politiche. Così in un’intervista al Corriere della Sera l’ex premier ora leader dei Cinquestelle parte da un messaggio da recapitare a Palazzo Chigi: “Noi siamo leali al governo, ma non abbiamo firmato assegni in bianco. Non staremo ‘zitti e buoni‘ se si tratta di difendere i nostri valori. Partiti e movimenti sono l’anima della democrazia, non un fastidioso rumore di fondo”. Con una punturina finale al presidente di Confindustria Carlo Bonomi che nei giorni scorsi aveva parlato di “bandierine” messe dai partiti sulle misure economiche dell’esecutivo. Certo, nelle settimane scorse Conte aveva più volte mandato a dire a Matteo Salvini che doveva decidere cosa fare: se stare nel governo o all’opposizione, dopo tutte le tiritere su molti temi, non ultimo il green pass. D’altra parte, sottolinea l’ex presidente del Consiglio, “nella maggioranza c’è una fase di tensione tra forze eterogenee, ma c’è anche un malessere diffuso in buona parte del Paese. Spetta al governo e alle forze responsabili dialogare”.

I 5 Stelle non staranno “zitti e buoni” avverte Conte. In particolare su alcuni provvedimenti. Il reddito di cittadinanza, innanzitutto: “Ho sentito Draghi – rassicura – il reddito verrà rifinanziato e modificato in base alle nostre proposte”. E poi il ritorno del cashback, promesso a mezza bocca dal capo del governo e dal ministro dell’Economia Daniele Franco quando è stato sospeso nel giugno scorso. “Può essere rivisto – concede Conte – ma è importante per la digitalizzazione dei pagamenti e il contrasto all’evasione. Le nostre non sono bandierine” (altra punturina a Bonomi).

Poi c’è la partita Quirinale che giocoforza, soprattutto quando gira il nome del presidente del Consiglio come candidatura, significa anche durata della legislatura. Conte si nasconde un po’, non fa nomi, ma promette che “a tempo debito daremo il nostro contributo per eleggere una personalità di alto valore morale che garantisca al meglio l’unità nazionale”. Sembra chiaro che, nella prospettiva del M5s, difficilmente possa far parte di questa cerchia il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi. Ma con lui Conte usa il fair play al momento: “A Berlusconi faccio gli auguri per la recente assoluzione a Siena – dice ma non è lui il candidato del M5s al Quirinale. E Draghi quindi? “Il totonomi rischia di diventare una distrazione per l’azione del governo”. Tradotto: “E’ un no a chi tira Draghi per la giacca. Lo spingono al Quirinale, lo vincolano a rimanere sino a fine legislatura, lo proiettano oltre il 2023. Tutto e il contrario di tutto”. Sull’ipotesi di far parte di un fronte repubblicano che argini la destra sovranista di Salvini e Meloni, magari per sostenere Draghi premier fino al 2023 e oltre, sottolinea: “Questo è un governo di unità nazionale, pensare adesso di proiettarne l’azione oltre il 2023 è un azzardo”.

Se sulla legge elettorale Conte si sistema nel campo del proporzionale (con sbarramento al 5 per cento e sfiducia costruttiva: “alla tedesca”, si potrebbe dire), sulle alleanze del centrosinistra l’ex premier resta poco appassionato. Soprattutto se gli si fanno i nomi di Matteo Renzi e Carlo Calenda: “Vedo tanta agitazione al centro – risponde Conte – ma i sondaggi non premiano questo attivismo. L’Italia non può rischiare di essere nuovamente ostaggio di chi vive la politica come dimensione personalistica in base a slanci narcisistici. La stabilità di governo è un valore determinante. Dalle parti di Renzi e Calenda soffia un forte vento di instabilità”.

Infine le paturne interne al M5s che tanta energia hanno richiesto in questi primi mesi da presidente del Movimento. “Qualche dispiacere a fronte della nuova squadra è comprensibile – ammette Conte – ma ci sarà molto spazio nei nuovi organismi per chi vuole impegnarsi a cambiare il Paese in meglio, senza egoismi, lamentele e personalismi”. Un concetto espresso già all’assemblea dei parlamentari di giovedì. E Grillo; e Di Maio? “Li sento entrambi – racconta – Chi ci vuole disuniti resterà a bocca asciutta. Sarebbe suicida per tutti, dopo il grande lavoro preparatorio, distruggere un nuovo corso che è appena iniziato e ha bisogno di tempo”.

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