Mancanza di manodopera o distruzione di manodopera? È questa la domanda da porsi per comprendere il recente fenomeno sociale che sta colpendo molti paesi nel mondo. L’allarme è stato lanciato negli Stati Uniti dove, tra luglio e agosto scorso, più di 8 milioni di lavoratori hanno mollato il posto di lavoro, il 28% dei quali lo ha fatto al buio, senza alcuna alternativa. Il fenomeno non si limita agli Stati Uniti, tende a estendersi e intensificarsi in molte parti del mondo, qualificandosi ormai come fenomeno globale.

I grandi giornali usano titoli d’effetto, come Great Resignation (Le grandi dimissioni) o Big Quit (I grandi abbandoni), per spiegare quanto accade. I conservatori e i capitani d’impresa lo chiamano, in modo sbrigativo e opaco, “labour shortage” (carenza di manodopera) e, per questo, incolpano i sussidi governativi. C’è chi, come Robert Reich, economista ed ex Segretario del Lavoro durante il governo Clinton, lo definisce impropriamente “unofficial general strike” (sciopero generale informale), come se uno sciopero potesse essere la semplice somma dei comportamenti individuali dei lavoratori e non invece la loro cosciente azione collettiva.

Le numerose ricerche empiriche indicano invece come causa principale del fenomeno lo sfinimento psico-fisico dei lavoratori, siano essi colletti bianchi, grigi o blu. Quasi la metà degli intervistati in varie ricerche ha spiegato di essere stata costretta ad abbandonare il lavoro a causa del burnout (esaurimento psico-fisico). Questo non è solo conseguenza dei turni massacranti, degli orari prolungati e dell’intensità dei ritmi lavorativi, ma anche esito di un salario che non garantisce più la sopravvivenza, per sé e per la famiglia. Da questa prospettiva è facile comprendere che non esiste alcuna “carenza di manodopera”, esistono invece condizioni lavorative e salariali insostenibili che spingono i lavoratori a uscire dal mercato del lavoro. Per dirla con Reich: “Molti semplicemente non vogliono tornare a fare lavori di merda spacca-schiena, logoranti e a basso salario”.

Non pochi commentatori spiegano il dilagante fenomeno come conseguenza della pandemia. In realtà i segnali, così come le cause, sono presenti da parecchio tempo. La situazione attuale è stata determinata da anni di attacchi alle condizioni lavorative e salariali su scala globale. Basterebbe leggere il report Working Conditions in a Global Perspective (2019) – realizzato da Oil ed Eurofund – per capire ciò che accade ora. Si tratta di dati ricavati da una ricerca ampia e comparativa sulle condizioni di lavoro di circa 1,2 miliardi di lavoratori presenti in diverse aree geografiche: UE28, Cina, Corea del Sud, Turchia, Stati Uniti e molti paesi dell’America centrale e del sud.

Nonostante le differenze strutturali nello sviluppo industriale e nei mercati del lavoro dei 41 paesi analizzati, un dato emerge come unificante: l’elevata esposizione a pericoli o danni psico-fisici dei lavoratori di tutto il mondo. Più della metà dei lavoratori (cioè 600 milioni) dichiara di svolgere movimenti ripetitivi delle mani e delle braccia ed è di poco inferiore la percentuale di coloro che sono costretti ad assumere posizioni stressanti o dolorose. Tutto ciò si trasforma in usura e danni fisici, spesso permanenti. Inoltre, più di un quinto dei lavoratori è esposto ad alte o altissime temperature, oppure a basse o bassissime temperature durante lo svolgimento del lavoro. Fino a un terzo dei lavoratori in tutto il mondo, e fino al 44% in Turchia, riferiscono di danni (temporanei o permanenti) causati dai forti rumori sui luoghi di lavoro.

Il lavoro intensivo – come conseguenza dell’aumento dei ritmi, della velocità e delle scadenze ravvicinate – è un’esperienza vissuta da un terzo dei lavoratori dei paesi Ue, dalla metà dei lavoratori negli Stati Uniti, in Turchia, El Salvador e Uruguay. Il 25-40% (percentuale variabile a seconda dei paesi analizzati) dei lavoratori dichiara di svolgere lavori che richiedono un forte o insostenibile impegno emotivo.

Le differenze nell’orario di lavoro esistono, ma ovunque si segnala la tendenza all’aumento: solo il 15% dei lavoratori nei paesi Ue dichiara di lavorare più di 48 ore alla settimana; la percentuale sale fino al 40% per i lavoratori in Cina e Corea del Sud, mentre in Cile la percentuale arriva al 50% e in Turchia fino 60%. In tutti i paesi, almeno il 10% dei lavoratori dichiara di essere costretto a lavorare nel tempo libero. Senza eccezioni in tutto il mondo, le donne lavorano più degli uomini, anche senza considerare il lavoro riproduttivo non retribuito. In tutti i paesi, le donne guadagnano molto meno degli uomini e sono in maggioranza collocate nella fascia salariale più bassa. A questi dati andrebbero aggiunti quelli sulla costante e generale compressione salariale, in particolare nei paesi occidentali, per comprendere il progressivo impoverimento dei lavoratori su scala mondiale.

Il quadro che emerge è chiaro: lavorare è diventato fisicamente, psicologicamente ed economicamente insostenibile. Ragione per cui, invece che di “Grandi Dimissioni” sarebbe più corretto parlare di “Grande Sfinimento” (dei lavoratori).

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