di Valerio Pocar

In tempi singolarmente brevi il referendum sull’eutanasia (più esattamente, per l’abrogazione di parte dell’art. 579 del codice penale, “omicidio del consenziente”) ha raccolto assai più di un milione di adesioni. È la prova che la questione tocca profondamente l’opinione pubblica, come ha dimostrato il clamore mediatico relativo a numerosi episodi che pure non erano casi di eutanasia propriamente detta, ma piuttosto di sospensione di mezzi di sostegno vitale o di assistenza al suicidio, entrambe situazioni ormai sdoganate dalla magistratura, che li ha autorizzati o ha assolto gli autori del fatto.

L’omicidio del consenziente per motivazioni eutanasiche è un reato che, si mormora probabilmente con una buona dose di verità, si compie silenziosamente in numerose circostanze, ma appunto senza clamore.

Al di là dell’esposizione mediatica, si tratta con certezza di un tema che tocca da vicino il sentimento popolare. Quanti, infatti, non hanno avuto l’esperienza di un parente, di un amico, vicino o lontano, vittima di una lunga malattia, senza speranza di guarigione e fonte di gravi sofferenze, e non hanno detto, cristianamente, che c’era solo da sperare “che il signore se lo/la prenda presto”? Ferma restando la necessità che vi sia una richiesta esplicita, meditata e consapevole, della persona, l’intervento eutanasico sarebbe solamente una spintarella.

Il problema è relativamente nuovo ed è un frutto perverso di un processo che grandemente ha giovato all’umanità. Il progresso biomedico e biotecnologico ha consentito, in molte situazioni che in precedenza erano definite senza speranza, la guarigione di esseri umani, ma al tempo stesso ha consentito la mera sopravvivenza di altri esseri umani in condizioni di grave sofferenza fisica e psichica, oltre il tollerabile e ben oltre la soglia di una vita degna di essere vissuta. Il tentativo di sostenere la vita ad ogni costo era dotato di senso nel tempo in cui la medicina era per lo più destinata a perdere la sua battaglia e la morte era l’esito probabile, ma appare ora problematico, in un torno di tempo nel quale essa può procurare la sopravvivenza biologica, ma non la guarigione o una accettabile condizione della vita. Oggidì, la possibilità di campare in stato vegetativo per decenni o restare a patire insopportabili sofferenze fisiche e psichiche per anni è una prospettiva sempre più tecnicamente possibile.

Ci si chiede se si debba depenalizzare l’azione pietosa di chi, dietro esplicita e motivata richiesta della persona sofferente, con le debite garanzie, provoca una morte? Non è certo che il referendum su tale quesito si faccia (al momento non si è compiuto l’iter di controllo formale da parte della Cassazione e di vaglio sostanziale da parte della Corte costituzionale), ma l’alto numero delle firme, raccolte in breve tempo, potrebbe costituire un elemento di pressione decisivo sull’azione legislativa, del resto già da tempo chiamata a legiferare sul tema della “fine vita”. Finora il Parlamento si è guardato bene dall’affrontare la questione, temendo gli effetti di un dibattito “divisivo”. L’alto numero delle firme dovrebbe, invece, dimostrare che il tema divisivo non è, così come non lo sono altri temi che un ceto politico autoreferenziale appare riluttante ad affrontare (pensiamo al cosiddetto “ddl Zan” o alla riforma del diritto di cittadinanza legata al cosiddetto “ius culturae”).

Comunque vada, vogliamo sperare che il dibattito pubblico in merito al referendum sia pacato e ragionato, senza inutili clamori, come la delicatezza del tema – si parla della qualità della vita e della morte di esseri umani – richiede. Le prese di posizione delle gerarchie ecclesiastiche, alle quali si uniranno certamente le forze politiche loro ossequienti reggicoda, abituate all’uso di falsi e disinvolti argomenti, non ci lasciano però ben sperare.

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