Il 10 settembre di ogni anno si celebra la Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio. L’obiettivo più importante di questa iniziativa sostenuta dall’International Association for Suicide Prevention (IASP), co-sponsorizzata dalla World Health Organization (WHO), è quello di aumentare la consapevolezza nella comunità scientifica e nella popolazione generale che il suicidio è un fenomeno che può essere prevenuto. Ogni anno viene proposto un tema nuovo della Giornata Mondiale per la Prevenzione del Suicidio al fine di presentare tutte le ricerche, i risultati e le nuove prospettive nell’ambito della prevenzione del suicidio nel mondo.

Sviluppare globalmente la consapevolezza che il suicidio è una delle cause di morte che più di ogni altra può essere prevenuta, attraverso strategie preventive per il suicidio delineando i punti chiave e le linee guida su scala nazionale; evidenziare da un punto di vista pragmatico i numerosi programmi di prevenzione attualmente attivi, le possibili fonti di finanziamento, i risultati delle ricerche e le attività collocate localmente nei vari strati della comunità sono solo alcuni aspetti che possono contribuire a ridurre il numero delle vittime. La WHO stima che ogni anno nel mondo muoiano un milione di persone per suicidio. Ogni minuto, nel mondo, avvengono più di due morti per suicidio. In molti paesi industrializzati il suicidio può essere la seconda o la terza causa di morte tra gli adolescenti e i giovani adulti.

Ho cominciato ad interessarmi dell’argomento nel marzo del 2004, quando mio fratello Michele – 72 anni, scapolo, malato terminale di leucemia – decise di farla finita gettandosi dal quarto piano. Ho “scoperto” allora le tabelle sui suicidi dell’Istat, da cui risulta che ogni anno, in Italia, circa mille malati si suicidano, per lo più gettandosi nel vuoto ma a volte in modi ancora più atroci. Su questi dati ho costruito – nell’ambito della Associazione Luca Coscioni – una campagna politica e giornalistica, trovando il sostegno dei familiari di alcuni “suicidi illustri” (Magri, Lizzani e Monicelli), grazie al quale ottenemmo una “lettera aperta” del Presidente Napolitano, che esortava il Parlamento a discutere di questa tragica realtà. Tanto che l’Istat (non so per una scelta autonoma o per pressioni politiche) smise per alcuni anni di rendere noti i dati sui suicidi, e riprese solo dopo una campagna di protesta di cui fui uno dei promotori.

Sono molte le azioni possibili per ridurre la drammatica realtà dei suicidi. Una è certamente quella di legalizzare l’eutanasia, visto che una parte notevole è commessa da malati inguaribili, che cercano così la via di uscita da atroci sofferenze fisiche e psichiche. Evitando così tragedie come quella di Piergiorgio Welby (aiutato a morire dal dottor Mario Riccio, che rischiò anni di galera) o del DJ Fabo, portato a morire in Svizzera da Marco Cappato (sempre a rischio di galera, come dei delinquenti comuni).

Ora – grazie soprattutto al successo clamoroso dei referendum della Associazione Coscioni – l’obiettivo della legalizzazione della eutanasia appare meno irraggiungibile. E per questo i suoi dirigenti – oltre ad appassionare al tema l’opinione pubblica – torneranno alla carica con il Presidente della Camera, dove da cinque anni è stato depositato un disegno di legge di iniziativa popolare di legalizzazione della eutanasia con 76mila firme di cittadini/elettori: un ddl che sembra stia facendo qualche timido passo in avanti, forse anche per la pressione dei cittadini, che nel firmare le nostre proposte di referendum hanno dimostrato che una grande maggioranza degli italiani (secondo Eurispes, il 95%) è favorevole ad una legge civile sulla eutanasia, da anni in vigore – senza provocare alcun problema – in paesi europei come Olanda e Belgio ed in altre vaste zone del mondo.

Il momento sembra quello buono, anche grazie ad un presidente del Consiglio che ha un forte senso dello Stato e che appare in grado perfino di reggere alle pressioni del Vaticano in nome della “sacralità della vita”.

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