Palazzo Chigi voleva chiudere la partita sulla ‘Bolkestein’, la direttiva europea del 2006 che obbliga a bandire gare per concedere beni pubblici come le spiagge nazionali, trovando una soluzione nell’ambito del ddl concorrenza. Nonostante il ritardo nella consegna del decreto a Bruxelles (prima prevista entro luglio 2021 e poi rinviata a fine settembre), il premier Mario Draghi a inizio ottobre ha spiegato che il governo “ci stava pensando” e che “ci sono una serie di sentenze del Consiglio di Stato previste a breve, quindi è forse opportuno vedere cosa dicono”. Il punto è che per quel pronunciamento ci sarà ancora da aspettare (accumulando ulteriore ritardo). Almeno venti giorni o un mese per conoscere la strada che intenderà intraprendere l’organo di giustizia amministrativa, a cui il presidente Filippo Patroni Griffi ha chiesto di pronunciarsi su varie questioni connesse alla proroga della durata delle concessioni. In pratica aspetti tecnici che riguardano l’applicazione della legge 145/2018, ossia la legge di Bilancio 2019 (governo Conte 1) che ha prolungato fino al 2034 le attuali concessioni balneari e della quale la scorsa primavera l’Antitrust ha chiesto al governo una modifica urgente. Potrebbe volerci ancora più tempo perché la questione si risolva con una decisione definitiva. Alla plenaria del Consiglio di Stato, molto attesa soprattutto dagli operatori del settore, il presidente ha ascoltato le parti in causa. E quindi anche le ragioni di alcune associazioni di categoria che si sono costituite in giudizio.

LE POSSIBILITÀ DAVANTI AL CONSIGLIO DI STATO – Presente anche il Sindacato italiano balneari, che azzarda alcune previsioni, non escludendo “che la questione sia rimessa alla Corte costituzionale stante – sostiene il sindacato – le possibili conseguenze penali e di lesioni dei diritti fondamentali come il diritto di proprietà, di una eventuale disapplicazione della norma nazionale in favore di quella europea”. Così come sarebbe anche possibile un rinvio alla Corte di giustizia europea su una serie di questioni: “Dall’estraneità al Trattato europeo di un’armonizzazione in materia di turismo alla lesione del diritto di proprietà aziendale del concessionario, o anche su altri aspetti specifici come l’assenza di una definizione europea del presupposto della ‘scarsità di risorsa”. Per Fabrizio Licordari, presidente di Assobalneari-Confindustria “un rinvio alla Corte di giustizia europea sarebbe come tirare la palla in tribuna: non ha senso chiedere un parere a chi si è già espresso in tutte le salse contro i diritti dei balneari italiani”. Ma il Consiglio di Stato potrà anche decidere di esprimere un proprio giudizio di merito, per il quale si potrebbe aspettare fino a fine anno.

“Leggo di fantasiose previsioni in ordine al pronunciamento della Plenaria da parte di chi ha interesse ad ‘annacquare’ la questione per sedimentare ulteriormente la vergognosa situazione di stallo ‘artatamente voluta’ a difesa dei privilegi della lobby dei concessionari balneari” spiega, invece, a ilfattoquotidiano.it l’avvocato Roberto Biagini del Coordinamento Nazionale Mare Libero, secondo cui “è inopportuno esprimere i giudizi senza aver prima letto il pronunciamento ‘sulla questioni di mero diritto’, cioè sui tre quesiti rimessi dal presidente del CdS alla Plenaria.

I QUESITI POSTI AL CONSIGLIO DI STATO – Al Consiglio, che pure già si è espresso in altre circostanze, dovrà ora stabilire “se la disapplicazione delle ‘proroghe’ competa non solo ai giudici, ma anche dagli apparati amministrativi come sostengono il Consiglio di Stato e i Tar (ad eccezione del TAR Lecce)” spiega Biagini. Tra le sentenze che hanno portato alla decisione del presidente del Consiglio di Stato di chiedere una pronuncia, anche quelle del presidente del Tar di Lecce Antonio Pasca (cinque emesse in un solo giorno, a gennaio 2021), con cui il giudice amministrativo ha accolto i ricorsi proposti da imprenditori titolari di cinque stabilimenti balneari contro le determine con cui il Comune di Lecce aveva rigettato la domanda di proroga di 15 anni (decidendo di non applicare l’estensione al 2033), proponendo una proroga tecnica di tre anni. Il Consiglio dovrà, anche stabilire, in caso si decida che la disapplicazione competa anche agli apparati amministrativi, se la PA debba annullare o riesaminare il provvedimento adottato in contrasto delle norme Ue e se la moratoria del decreto legge 34 del 2020 (il decreto Rilancio), che è costata a dicembre dello scorso anno una nuova lettera di messa in mora della Commissione Ue nei confronti dell’Italia, debba applicarsi anche alle aree soggette a concessione scaduta al momento della sua entrata in vigore.

IL NODO DA SCIOGLIERE – “Di questo si deve parlare. Poi se il Consiglio di Stato – aggiunge Biagini – stanco di supplire alla reticenza della ‘politica trasversale’ che da anni ha abdicato al suo ruolo in materia, ritenga di estrarre l’ennesimo cartellino rosso verso il governo ed il Parlamento, ben venga”. D’altronde è una situazione che va risolta per più ragioni. Non è un mistero, come dimostra la vicenda del Tar di Lecce, che nel frattempo sono stati avviati diversi contenziosi tra i concessionari degli stabilimenti balneari e i funzionari di alcune amministrazioni comunali, che non hanno applicato la legge 145/2018, proprio perché in contrasto col diritto europeo. E davanti ai vari Tribunali amministrativi si è visto di tutto, con alcuni giudici che hanno dichiarato la validità della norma e altri che hanno seguito la direttiva Bolkestein. Un problema interpretativo, insomma, che ne cela due pratici: in Italia, su oltre 30mila concessioni demaniali marittime (con qualunque finalità), oltre 21mila hanno pagato nel 2019 un canone inferiore a 2500. E poi c’è la questione della spiaggia libera, sempre più rara lungo le nostre coste.

IL SINDACATO BALNEARI – Alla seduta era presente anche il presidente del Sindacato italiano balneari, Antonio Capacchione, oltre al presidente regionale della Toscana, Stefania Frandi, avvocati con patrocinio presso le giurisdizioni superiori. Secondo il sindacato “la legge 145/2018 è conforme al diritto europeo e comunque l’eventuale sua disapplicazione non spetta né alla Pubblica amministrazione e neppure ai giudici ordinari”. In una nota, il sindacato ha tenuto a precisare che, durante l’adunanza plenaria si sono potuti portare all’attenzione del Consiglio, tra le altre cose, “l’inapplicabilità della direttiva Bolkestein perché non self-executive, l’assenza del presupposto della ‘scarsità di risorsa’, la necessità dell’esistenza, ‘caso per caso’, della rilevanza transfrontaliera, la doverosità della tutela del legittimo affidamento e del valore aziendale”.

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