di Sara Gandini, epidemiologa, e Clementina Sasso, astrofisica

La medicina e l’epidemiologia non sono scienze esatte ma si basano su misure di probabilità che dipendono dalla variabilità del reale. Le conoscenze si muovono per continue approssimazioni e soprattutto in una pandemia è molto difficile fare previsioni che, infatti, per la stragrande maggioranza, si sono rivelate sbagliate. Per questo è importante studiare il profilo epidemiologico attuale, facendo tesoro delle conoscenze acquisite in questo anno.

Per questo motivo, ad apertura di questo post, è giusto ricordare che attualmente il profilo epidemiologico dell’Italia è tra i migliori in Europa e non siamo in una situazione allarmante dal punto di vista epidemiologico. Infatti, questa estate all’aumento dei contagi, comunque contenuto, non è seguita una crescita delle ospedalizzazioni e dei decessi come era avvenuto durante le prime tre ondate dell’epidemia, grazie anche all’efficacia dei vaccini.

Ha senso dunque nel nostro paese, alle condizioni attuali, una misura come il green pass, istituzionalizzato ed esteso a tutti gli ambiti della vita? Se sì, per quanto tempo? E il green pass andrebbe accompagnato con quali misure? O meglio, con la rimozione di quali misure?

A queste domande ne seguono naturalmente delle altre: fino a quando le misure di contenimento del virus sono giustificate? Quali soglie stabiliscono che il virus è una malattia endemica e possa essere derubricata a normale patologia? Fino a quando lo stato di emergenza è giustificato?

Innanzitutto, bisogna definire quale sia lo scopo reale di una misura come il green pass: si tratta di uno strumento di incentivazione alla vaccinazione.

Da scienziate, non possiamo che essere d’accordo che la vaccinazione rappresenti ad oggi una delle più importanti misure di contrasto alla sindemia. Questa conclusione è basata su dati scientificamente solidi: la loro efficacia nella riduzione della morbilità (dalla sintomatologia minore del Covid-19 sino agli ingressi in ospedale e in terapia intensiva) e della mortalità nelle persone a rischio è alta anche con la variante delta.

Ma dobbiamo comunque ricordare che anche le varie misure di prevenzione per contenere il virus (chiusure, Dad, distanziamento, etc.) hanno messo il paese in grande crisi a vari livelli, non solo economica ma di salute. Perché quindi continuare con misure di prevenzione – a nostro parere di dubbia efficacia – anche adesso che abbiamo un’ottima situazione epidemiologica?

Non sarebbe il caso di seguire esempi virtuosi come la Danimarca? A differenza dell’Italia, lì il green pass è stato usato fino al raggiungimento di un target definito in precedenza e, una volta raggiunto, il green pass stesso e tutte le altre misure restrittive sono state eliminate per tornare alla normalità. Le percentuali di vaccinazione sono molto simili alle nostre.

Quello che manca nella strategia italiana è proprio un target, soprattutto riferito a chi vogliamo proteggere, considerato che il Covid-19 non è un agente infettivo in grado di colpire chiunque, più o meno indistintamente, con la stessa gravità. Dunque, che senso ha introdurre un green pass sul luogo di lavoro, quando la fascia di età sopra i 60 anni, che è quella che ha più bisogno di vaccinarsi per proteggersi dal Covid-19, in larga parte non è più in età lavorativa? Che senso ha introdurre il green pass obbligatorio all’università e nelle biblioteche e aule studio quando i nostri giovani sono già abbondantemente vaccinati? Quello che dovremmo chiederci è come fare a ridurre l’esitanza vaccinale tra gli ultrasessantenni, perché al momento il green pass ha in realtà condizionato la vita dei giovani adulti.

Il green pass può essere utile per le attività che sono più a rischio o più frequentemente appannaggio di questi concittadini, come nelle Rsa o per i sanitari negli ospedali. Ma non possiamo rischiare di condizionare l’accesso alle strutture sanitarie al possesso del green pass: ricordiamo che la nostra Costituzione tutela il diritto alla salute e l’accesso universalistico alle cure non può essere condizionato al possesso di una certificazione.

Ma nelle scuole ha senso? Sono luoghi di contagio? Lo sono più di un centro commerciale? Gli studi condotti dimostrano che le scuole sono uno dei luoghi in cui i contagi avvengono più raramente. Anche un recente articolo su The Lancet ha confermato che le scuole sono uno dei luoghi più sicuri, mostrando che mettere in quarantena i contatti non è più efficace che rimanere in presenza e fare tamponi di controllo.

Alcuni affermano che il green pass mette in sicurezza le scuole, ma ci chiediamo di quale sicurezza e di quale salute stiamo parlando con i ragazzi costretti alla didattica a distanza a causa delle quarantene per un solo caso? A quale sicurezza facciamo riferimento se pensiamo ai contagi e ci dimentichiamo del disagio psichico? Inoltre che scuola è quella che propone misure differenziate tra vaccinati e non vaccinati, non essendo il vaccino obbligatorio? Queste misure introducono necessariamente discriminazioni che nei giovani soprattutto possono creare gravi disagi psicologici.

Tornando ai vaccini, un recente articolo su una delle più importanti riviste medico-scientifiche, il New England Journal of Medicine, mostra che, quando si hanno due dosi, questi sono molto efficaci nel ridurre la malattia seria anche con la variante delta. I vaccinati possono quindi stare tranquilli, non hanno motivo di temere chi non è vaccinato, visto che i vaccini sono molto efficaci soprattutto rispetto alla malattia Covid-19: sono meno efficaci rispetto ai contagi, ma contagio non vuol dire malattia.

Proprio perché riducono il rischio di ospedalizzazioni, ora potremmo cominciare a pensare al resto dei problemi del paese e dismettere misure come il green pass che alimentano lo scontro sociale e creano contrapposizioni. E, ricordiamolo ancora, comunque l’Italia è tra i paesi che hanno le più alte percentuali di vaccinati; al momento, si trova in una fase discendente del contagio. Le ospedalizzazioni e i decessi sono rimasti molto bassi nonostante i contagi si siano alzati con la variante delta.

Il timore è che in realtà si stia usando il green pass come scorciatoia per non investire sulla sanità. Questo immane sforzo organizzativo ed economico potrebbe essere indirizzato verso le altre misure di prevenzione che riguardano anche le altre patologie rispetto alle quali non abbiamo smesso di morire e il cui accesso alla prevenzione e alle cure è molto peggiorato negli ultimi anni.

In prevenzione è fondamentale fare una informazione pacata e seria, tenendo la complessità e senza colpevolizzare le persone. È ora di pensare alla prevenzione personalizzata, come da tempo insistiamo sulla medicina personalizzata.

– J Lopez Bernal et al. N Engl J Med 2021;385:585-594;
– Levin AT, et al. Assessing the age specificity of infection fatality rates for COVID-19: systematic review, meta-analysis, and public policy implications. Eur J Epidemiol. 2020;
– SARS-CoV-2 circulation in the school setting: A systematic review and meta-analysis. Chiara Martinoli et al medRxiv 2021.09.03.21263088

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